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Arte
Franca Rame: Mamma Togni PDF Stampa E-mail
Libri - Arte
Venerdì 24 Febbraio 2012 17:05

Dario Fo TeatroCarissimi,
questa settimana vi propongo un meraviglioso monologo di Franca Rame, poco conosciuto ma bellissimo, rappresentato per la prima volta in una grande piazza di Pavia il 25 aprile del 1971.
Il racconto è stato ricavato da una registrazione su nastro, eseguita dalla protagonista della storia, e la protagonista è una donna, Mamma Togni.
Oggi chissà che polemiche scatenerebbe Mamma Togni, tutti parlerebbero di scorrettezza, di mancanza di dialogo, di democrazia… ma leggete il brano e ditemi, in tutta sincerità, se questo racconto non vi suscita commozione e una voglia di uscire urlando: non siamo tutti morti!!!

Mamma Togni
“Mamma Togni…. Mamma Togni, i fascisti sono in piazza su a Monte Beccarla, vogliono parlare in piazza!” Due ragazzi da in fondo alle scale i sont vegnüd  a ciamàmm…”
“Chi l’è che parla? Chi è sto fascista?”
“Servello”.
“’Sto bastardo! Andùma… andiamo! ‘Spetta che prendo il bastone… che ci ho la caviglia gonfia e mi devo appoggiare”.
Adesso ho capito perché i sont vegnüd quei due compagni del partito, volevano essere sicuri che nessuno era venuto ad avvisarmi… Dicono: “Sei vecchia, non metterti in mezzo… ti può far male… e poi soprattutto, non farti strumentalizzare. Stai a casa… non ti mettere in mezzo!. Andùma, andùma, per i fascisti non sono mai vecchia! E cos’è che mi vengono a dire che mi faccio strumentalizzare? Contro i fascisti? ‘Sti neri bastardi che hanno il coraggio di venire a sputare discorsi di merda in una piazza dove hanno ammazzato quattordici ragazzi davanti alle loro madri, Andùma, Andùma!!
Quando sono arrivata su alla piazza, intorno al palco c’erano quattro gatti e tutt’intorno i baschi neri, carabinieri. Io ho detto ai ragazzi che mi accompagnavano: “Voi fermi qui, guai chi si muove”.
“Ma no, manma Togni, veniamo con te”.
“No, zitti, e fermi lì, sennò torno indietro. Vado da sola che a me non mi toccano”.
Vado zupìn zupètta col mio bastone… arrivo sotto il palco… “Permesso, permesso…” Sopra, ‘taccato al microfono che pareva che se lo mangiava, c’era il Servello-bastardo che vociava e sbracciava come un vigile all’incrocio nell’ora di traffico.
Io col bastone gli do un colpo sulla canna del microfono che la testa del microfono gli sbarlòcca in bocca da fargli crodare tutti i denti, e poi mi metto a cantare:

 
Carnevale: Semel in anno licet insanire PDF Stampa E-mail
Libri - Arte
Sabato 11 Febbraio 2012 11:25

Dario Fo ArlecchinoLa traduzione di questa frase è: una volta all’anno è lecito impazzire. E' un'idea antica, già espressa da vari autori latini e divenuta proverbio nel medioevo, che sta a significare che in un ben definito periodo di ogni anno ognuno è autorizzato a non rispettare le convenzioni religiose e sociali, a comportarsi come se fosse un'altra persona. E questo periodo è rappresentato dal Carnevale, dove la tradizione del mascheramento permetteva di dare libero sfogo al gioco, allo sghignazzo e allo scherzo.
Come dicevamo la settimana scorsa, il carnevale è una delle poche feste con chiare radici pagane, insieme al Ferragosto. Segna la fine dell’inverno e l’inizio del nuovo anno (anche se in questi giorni non si direbbe) e quindi il passaggio tra il mondo degli inferi e quello dei vivi.
Benché presente nella tradizione cattolica, i caratteri della celebrazione del Carnevale hanno origini in festività ben più antiche, come per esempio le dionisiache greche o i saturnali romani. Nelle dionisiache e nei saturnali si realizzava un temporaneo scioglimento dagli obblighi sociali e dalle gerarchie per lasciar posto al rovesciamento dell'ordine, allo scherzo e anche alla dissolutezza. Insomma, a carnevale ogni scherzo vale, con buona pace dei permalosi.
La maschera che lo rappresenta più di ogni altra è probabilmente Arlecchino, che Dario Fo ha portato in scena da sempre, con o senza maschera, perché come dice in un’intervista del 1986: “Arlecchino è una maschera che non ha un ruolo fisso, è un furfante che si può permettere ogni trasformazione e si adatta a tutte le circostanze e a tutti i paesi perché dentro è sapiente.”
E continua “Un tempo a mascherarsi erano i giullari che sbeffeggiavano i potenti per non farsi riconoscere dagli sbirri e subire vendette. Poi le maschere sono state indossate per il bisogno di camuffarsi, di entrare in ruoli impropri, per esorcizzare certe paure, come quella della morte attraverso la maschera del teschio.”
In un’intervista a Giorgio Bocca, sempre a proposito del Carnevale, Dario dichiarava: “Il Carnevale è la celebrazione di una vittoria popolare, è la libertà sfrenata e gioiosa che il suddito, l’oppresso si prende dal potente. I carnevali italiani che ricordano la cacciata di un tiranno o dell’invasore straniero sono numerosi ed è naturale che in essi si celebri una battaglia, come quella famosissima delle arance a Ivrea.”
Torniamo ad Arlecchino: vi proponiamo alcuni brani di una lezione tenuta a Venezia negli anni ’80 (come si intuisce anche dai riferimenti ai politici di allora!) su questa famosa e intramontabile maschera. Buona lettura, buon Carnevale e buone pazzie!!!

 
A ciascuno i suoi miti PDF Stampa E-mail
Libri - Arte
Sabato 28 Gennaio 2012 10:13

Dario Fo TeatroAvrò avuto 8 anni quando Silvano, mio fratello, entrò trafelato in cucina con un libro in mano dicendo a mia madre che stava cucinando: “Senti qui!”
E si mise a leggere uno strano testo, in un assurdo dialetto lombardo-veneto, che parlava di un arcangelo e di un ubriaco, entrambi volevano raccontare la storia delle nozze di Cana. L’angelo era tutto impettito, rappresentava la storia ufficiale:
Angelo: (si rivolge al pubblico sollevando le braccia al cielo a imitazione degli oranti) Féite atensiòn, brava zèente, che mi vòi parlarve de una storia vera, una storia che l’è cominzàda…. (trad. Fate attenzione brava gente, che vi voglio parlare di una storia vera, una storia che è cominciata…)
Ubriaco (interrompendolo) Anco mi ve vòi ‘contare de una storia meravegiòsa… de ‘na ciùca belìsima che me son catàt! (trad. Anche io vi voglio raccontare una storia meravigliosa, di una sbronza bellissima che mi son preso!)
L’angelo si irritava e cercava di cacciare l’ubriaco, affermando che solo lui era l’oratore ufficiale e che solo lui poteva raccontare la storia.
L’ubriaco però non ce la fa, deve raccontare la storia di quella sbronza “si dòlza, che non ne vògio gimài piu embriagàre al mundo…” (trad. così dolce, che non mi voglio mai più ubriacare). Continua a disturbare l’Angelo, fino a che comincia a strappargli le piume delle ali, l’Angelo se ne scappa scandalizzato e lascia campo libero all’ubriaco che finalmente può narrare la storia come l’ha vissuta lui, proprio partecipando a quel matrimonio miracoloso a Cana (“che poi diranno: nozze di Cana…”) e racconta che appena arrivato aveva trovato tutti gli invitati in piedi, la sposa in lacrime, lo sposo che bestemmiava più forte di tutti e il padre della sposa “devànti al muro ch’ol dava testunàde a rebatùn, catìvo!” (davanti al muro che dava testate a ripetizione, cattivo!).
Che cosa era successo? Una disgrazia grande: un intero tino di vino si era rovesciato in aceto. Segno di malaugurio tremendo, una disperazione incredibile!
Ma proprio in quel momento arriva un giovane, un certo Gesù, che di soprannome fa Figlio di Dio, è accompagnato dalla sua mamma, una che chiamano la Madonna, “Gran bèla dòna!”
Appena la signora Madonna viene a sapere di questo pasticcio si rivolge al figlio (figlio di Dio e della Madonna) e gli chiede se magari lui può fare qualcosa per togliere quella brava gente dall’imbarazzo.

 
Cosa leggi in vacanza? Il Boccaccio riveduto e scorretto di Dario Fo PDF Stampa E-mail
Libri - Arte
Mercoledì 20 Luglio 2011 13:27

Il Boccaccio riveduto e scorrettoContinuiamo la nostra settimana letteraria con un libro bellissimo: si tratta dell'ultima fatica del nostro Nobel preferito: Il Boccaccio riveduto e scorretto di Dario Fo, ovviamente a cura di Franca Rame.
Si tratta di un bel volume di circa 450 pagine edito da Guanda, ricchissimo di disegni dell'autore. E poi si parla di Boccaccio... Dario Fo che parla di Boccaccio... tutta da ridere. Imperdibile.
Ma bando alle ciance, ve ne racconto un pezzettino.

Come Adamo ed Eva
Come già abbiamo ricordato, Giovanni Boccaccio nasce nel 1313, molto probabilmente a Certaldo, nei pressi di Firenze, Il padre, Boccaccino da Chellino, riconosce, o meglio, legittima quasi subito il figlio, ma non ne sposa la madre. Infatti, qualche anno dopo, prenderà in moglie un'altra donna, Margherita de' Mardoli, dalla quale avrà un altro figlio, Francesco.
Situazioni del genere si ritrovano spesso nel Medioevo e nel Rinascimento. Leonardo da Vinci, figlio di un notaio, non abitò mai nella dimora del padre, ma in un'umile casa ai bordi della proprietà, giacché la ragazza che lo aveva partorito era di bassa estrazione. Così come, prima di lui, Ruzzante, che venne alla luce in una casa di campagna in una tenuta del padre, un medico di origine milanese che aveva ingravidato una servetta di casa. Costui riconobbe il figliolo, ma subito si sposò con una giovane nobile di Padova. Per la sua condizione, il nostro più grande autore di teatro del tempo non fu mai accettato all'università, anche se il padre ne era addirittura il rettore.

 


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