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Greg Mortenson: La bambina che scriveva sulla sabbia Featured

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Un giorno del 1993, in un villaggio tra Pakistan e Afghanistan, Greg Mortenson ha visto una ragazzina che, seduta in terra, imparava a scrivere usando un rametto come penna e la sabbia come quaderno. Promise, a se stesso e alla piccola studentessa, che le avrebbe costruito una scuola vera, con banchi, lavagne, matite. Oggi, dopo che di scuole ne ha costruite centinaia e ha raccontato la sua storia nel best seller Tre Tazze di tè, Mortenson torna a scrivere di quei due Paesi e dei loro bambini, della violenza che sembra condannarli e della speranza che può regalare loro un futuro diverso.
Una testimonianza entusiasmante e commovente, la sfida di un eroe disarmato, convinto che l’ingiustizia e la povertà si possono combattere senza bombe, sui banchi di scuola.

Greg Mortenson è il fondatore del Central Asia Institute, una delle ONG più famose e attive del mondo.
E questa settimana vi parliamo di questo secondo libro: La bambina che scriveva sulla sabbia, offerto per festeggiare il Maggio dei libri a soli 2 euro.
Qui di seguito ve ne riportiamo un brano. Buona lettura!

“Nel mondo, la conquista dell’istruzione e dell’autonomia da parte delle donne non può che tradursi in condizioni di vita più tolleranti, eque e pacifiche e in una maggiore attenzione ai bisogni di tutti.”
Aung San Suu Kyi

Ogni volta che vado all’aeroporto per prendere un volo diretto in Pakistan o in Afghanistan porto sempre con me una valigetta di plastica decorata da un adesivo bianco e verde su cui è scritto: The Last Best Place, l’ultimo posto migliore del mondo. Queste parole sono state usate per la prima volta come titolo di un’antologia di scritti sul Montana curata da William Kittredge e Annick Smith nel 1988. Da allora, per me, questo motto descrive perfettamente lo Stato in cui ho passato gli ultimi quattordici anni insieme a mia moglie, Tara, ai nostri due figli, Amira e Khyber, e al nostro terrier tibetano, Tashi. Lo slogan riassume con eleganza i panerai di una bellezza commovente e le immense vastità che attirano tanti americani nel Montana; quelle parole sono ora un simbolo dell’identità del mio Stato adottivo, proprio come le vette delle montagne che compaiono sulle targhe delle automobili,
Per me, però, le parole di Kittredge hanno un significato radicalmente diverso.
Se osservate la mappa delle scuole che il Central Asia Istitute ha costruito a partire dal 1995, vedrete che quasi tutti i nostri progetti si trovano in luoghi privi di infrastrutture educative per svariati motivi: isolamento geografico, estrema povertà, estremismo religioso o guerre in corso. Sono zone che in pochissimi hanno sentito nominare, regioni dove non va praticamente nessuno. E’ proprio per questo motivo che vogliamo iniziare da lì.
Questo tipo di approccio è nettamente diverso da come funziona normalmente lo sviluppo. Gran parte delle ONG, per una serie di ottime ragioni, preferiscono stabilire una base operativa in regioni che garantiscono facile accesso a risorse e via di comunicazione, e solo a quel punto le organizzazioni si espandono per gradi nelle aree più difficili. E’ un modo di precedere sensato. Il problema, comunque, è che se si lavora in modo controllato e razionale, a volte può volerci una vita per raggiungere le persone che hanno bisogno di maggiore aiuto. E’ senza dubbio più difficile, e a volte più pericoloso, cominciare dalla fine della strada e procedere a ritroso. E, nel bene e nel male, è esattamente quello che noi facciamo.
Il nostro obiettivo, a differenza di altre organizzazioni umanitarie, è quello di avviare una manciata di scuole nei luoghi più difficili e remoti, mettere le comunità che vi abitano nella condizione di sostenere quei progetti e poi ritirarci nella speranza che i governi e altre ONG comincino a muoversi verso quelle zone ostiche, fino a riempire il baratro che le separa dalle altre. E’ proprio quello che accade, con una frequenza che ancor oggi mi sorprende.”

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