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Sbagliando non s'impara

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È grazie ai successi che cambia il mondo e cambiamo anche noi

Cari amici,
nel Cacao di oggi vi presentiamo il nuovo libro di Michele Dotti, “Sbagliando non s'impara”, di cui pubblichiamo un estratto.
Nella quarta di copertina si legge: “Se fosse vero che sbagliando si impara, come ci hanno sempre ripetuto, dovremmo essere tutti perfetti!
Invece continuiamo a ripetere ogni giorno gli stessi errori, senza neppure troppa fantasia. Questo accade perché in realtà è solo dai successi che nasce il cambiamento, a tutti i livelli: personale, sociale, culturale…
Questo libretto ci mostra come imparare a riconoscerli, crearli e replicarli. Come farne insomma una regola nella nostra vita, anziché una eccezione.”
Buona lettura!

Chi fa da sé fa per sé
Qui da noi c’è il noto detto “l’unione fa la forza”, che sembrerebbe incoraggiare decisamente la cooperazione. Peccato che ci sia anche il suo esatto opposto, “chi fa da sè fa per tre”, che di fatto lo neutralizza.
In Africa, invece, dove non esiste l’equivalente del nostro secondo detto, un proverbio recita in maniera molto esplicita: “Quando le formiche uniscono le loro bocche possono trasportare un elefante”. A me questo proverbio piace da matti, perché rispetto al nostro “l’unione fa la forza”, ci dice anche quanto sia grande questa forza, cioè ci fa capire che insieme è possibile realizzare imprese che altrimenti apparirebbero impensabili ancor prima che impossibili. Chi pensa di poter far da sé, molto spesso non ha fiducia negli altri e pensa solo a se stesso. Anche se sostiene di fare molto per gli altri, probabilmente mente a se stesso.
Chi vuole davvero fare qualcosa per gli altri, se è sincero, normalmente non impiega molto a capire che il modo migliore per farlo è anche con gli altri! E' dunque necessario mettersi in gioco per quello che veramente siamo, in modo autentico e sincero.
E' interessante osservare che il termine sincero deriva dal latino sine cera, cioè senza cera, con
riferimento allo scultore che non usava la cera per mascherare i difetti delle proprie opere.
Quindi, sincero è chi non nasconde nulla, per cui non ha nulla da temere. E non è poca cosa, poiché, come osserva Edmund Burke, “Nessuna passione priva la mente così completamente delle sue capacità di agire e ragionare quanto la paura”.
Ma l’unico modo per non nascondere nulla è non avere nulla da nascondere.
Mi emoziona sempre, rivedendo il film Gandhi, la scena in cui lui, ancora in Sudafrica, nel teatro stracolmo per l’assemblea contro la legge ingiusta sui lasciapassare, si rivolge alle forze di polizia inglesi presenti nella sala dicendo loro: “Noi non abbiamo nulla da nascondere”.
Chi coltiva in cuor suo questa purezza di intenti non può sbagliare!
Non può sbagliare semplicemente perché in lui c’é coerenza fra quello che desidera e le azioni che mette in campo per ottenerlo. Quindi non ha spazi interiori di distrazione che possano permettere lo sbaglio. Lasciandosi guidare sinceramente dal proprio desiderio, è nella condizione migliore per “errare”, cioè, come detto, per conoscere mediante l’esplorazione e l’esperienza diretta.
“Il mezzo è il fine”: questo per me è il cuore dell’insegnamento nonviolento gandhiano, l’esatto opposto della visione machiavellica per la quale “il fine giustifica i mezzi”.
Intorno a questo dualismo si sviluppa, ancora oggi, tutto il dibattito politico-filosofico fra chi sostiene – con Clausewitz – che la guerra sia “la continuazione della politica con altri mezzi” e chi invece – con Gandhi – ritiene che “la guerra sia la sconfitta della politica”.
La coerenza fra desideri e azioni, certo, non sarà mai perfetta, ma forse questo è un bene perché la perfezione non è propria dell’uomo e chi la pretende da sé o dagli altri si condanna a vivere nell’insoddisfazione continua.
Non sarà mai perfetta, dicevamo, ma essa può essere una preziosa e decisiva tensione ideale, forse l’unica fonte di autentica speranza. In ebraico la parola speranza (tikvah) deriva da una radice (qof+wav+he) che significa “tirare, tendere” e difatti, nella sua forma base, kavah, significa precisamente “fune”.
Questa tensione verso la coerenza mi richiama alla mente la meravigliosa espressione “dolce attesa” riferita a una donna incinta. Attendere deriva dal latino ad-tendere, cioè tendere verso qualcosa; la futura mamma attende, ma non nel senso di aspettare passivamente che il tempo passi, senza fare nulla. La mamma si prepara, fisicamente e psicologicamente, al momento difficile e al contempo meraviglioso del parto. Già ospita nel suo seno il miracolo della vita, che ancora è tutt’uno con lei, ma deve permettergli di crescere e maturare in pace e serenità. La dolce attesa è piena di tante piccole azioni quotidiane – gesti di cura e protezione – che esprimono perfettamente questa tensione ideale, di cui parlavamo, alla coerenza fra desideri e azioni. Basta guardare il viso dolce e felice di una mamma in dolce attesa per capire quali siano i frutti di questa coerenza.

Potete acquistare il libro sul sito della EMI http://www.emi.it/sbagliando-non-simpara

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