Teatro in Mozambico 1-10 maggio: CORSO DI TEATRO CON DARIO FO E JACOPO FO
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Storia Proibita dell’America

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Carissimi,
questa settimana vi parliamo di una delle ultime opere del Maestro Dario Fo, Storia Proibita dell’America, scritta con la collaborazione di un sacco di amici: Jacopo Fo, Doris Corsini, Daniela Baldacchino, Dora Grittani Battaglino, Massimo Capotorto, Vania Di Febo, Davide Staunovo Polacco, Claudia Rordorf e Daniela Trenti.
E’ la storia dei Seminole, gli indiani della Florida che non si arresero mai, e vi proponiamo un altro brano di questo fantastico libro che contiene anche 33 disegni di Dario che potete vedere in parte qui.
Qui invece potete acquistare il libro


Invincibili Seminole
All’origine questa gente non aveva nulla che assomigliasse alla struttura portante delle tribù guerriere più famose d’America. La particolarità dei Seminole rispetto alle altre comunità non è cosa che si possa spiegare con un’unica frase a effetto. Per scoprire la magia di quella diversità dobbiamo cominciare dalle loro radici più antiche.
La preoccupazione di eliminare dalla storia l’unico popolo che era riuscito a tener testa e perfino a sconfiggere gli invasori, provenienti prima dalla Spagna e poi da gran parte dell’Europa, indusse qualche storico a raccontare che quei pellerossa tanto caparbi alla fine dovettero cedere e, catturati, vennero costretti a traslocare dalla Florida verso
le montagne e a vivere segregati in una riserva dalla quale non uscirono che cadaveri. La menzogna è meschina e stupida, giacché quel popolo esiste e abita ancora la Florida come secoli fa, ed è l’unico stato autonomo che sia riuscito a imporsi a
Washington e a gestire in pace il proprio diritto alla libertà.
A questo proposito, vi offriamo la testimonianza di un nativo di un’altra tribù che ha conosciuto e scoperto, ancora ragazzo, la civiltà di questo popolo originario della Florida. Eccola.
«Mi chiamo Ovan Spaniche, sono un capo Mapuco del popolo degli Apomemao, una delle tribù che nei vari secoli hanno abitato la Florida.
Siamo quelli che dal Cinquecento al Seicento si sono ribellati agli spagnoli e ogni volta li hanno costretti a risalire sulle loro navi e a prendere il largo. L’ultimo tentativo finì in un vero e proprio disastro.
Come le altre volte, provarono a offrirci doni e amicizia. Ma ormai conoscevamo bene la loro pantomima. Fingevamo di non capire una parola di quello che andavano dicendo così che essi, convinti di poter parlare fra di loro senza alcun pericolo, di fatto ci venissero ad annunciare ogni loro intenzione.
Li attaccammo d’anticipo, prima che ci saltassero addosso, sorprendendoli nella notte mentre dormivano tranquilli. Riducemmo tutto a un gran falò, ma le loro navi invece le rispettammo, dopo averle svuotate di tutto ciò che ci interessava, i cannoni, la tela delle vele, le armi, le provviste e l’intero scafo.
Ci rendemmo conto che, capovolgendole, quelle conche diventavano stupende coperture per le nostre case. Le navi erano trenta, da cui trenta nuove abitazioni.
Ah, dimenticavo, ho saputo dai miei nonni, anzi bis e trisnonni, che i più mansueti di loro li avevano salvati, tirandoli fuori dal rogo prima che cuocessero.
Alcuni dei superstiti sapevano leggere e scrivere, nella loro lingua s’intende, il castigliano. Così ci siamo fatti aiutare a mettere giù un nuovo alfabeto, che ci sarebbe servito per scrivere a nostra volta e imparare a leggere le parole della nostra lingua: il mapuco.
Ed è proprio in questo idioma che io sto stendendo la storia che vi vado a raccontare.
Ma devo rivelarvi un altro particolare, per evitare di far confusione. Noi Mapuco non si è nativi di questa terra, battezzata Florida, cioè ‘la terra dove i fiori spuntano e sbocciano tutto l’anno’. Noi si era fuggiti anni prima dal nord, in prossimità delle grandi foreste, proprio cercando di sottrarci alle scorrerie degli spagnoli appena giunti sulle coste.
Grazie ai racconti che mi è capitato di sentir narrare dai nostri vecchi ho imparato fin da ragazzo che i nativi della penisola incantevole si chiamavano Calusa.
Era un popolo che abitava per lo più dentro questo territorio, attraversato da un numero incredibile di corsi d’acqua, una vera e propria rete di piccoli fiumi e canali dalla quale spuntavano alberi rigogliosi di infinite qualità. C’erano zone grandissime dove sembravano galleggiare tappeti immensi di mangrovie, dalle quali si rischiava di farsi ingoiare, se non ne conoscevi la forma e il comportamento.
L’attraversare una foresta di mangrovie, per gente della mia razza, era pericoloso. L’acqua del mare entrava fino nel profondo di queste strane paludi, nelle quali penetravano fiumi
e torrenti d’acqua dolce. Il clima era l’ideale per gli alligatori della Florida, che da sempre sono stati i padroni assoluti di questi stagni immensi. La popolazione degli uccelli e degli insetti volanti era strabordante. Alcuni sembravano creati al solo scopo di destare meraviglia negli esseri umani che vivevano in quel paradiso. Altri, dal colore e dai canti dolcissimi, spesso si rivelavano fastidiosi per le punture che procuravano sulla pelle. Fin da ragazzino, con altri compagni di gioco, disubbidendo ai consiglidei saggi della tribù, ci inoltravamo fra le mangrovie spingendo barche leggere con pagaie. Ogni tanto si intravedevano figure umane, che sparivano quasi all’immediata. Erano di certo cacciatori Calusa, che non amavano incontrarsi con estranei. Avevamo sentito raccontare che questi strani nativi si mascheravano con foglie e colori stesi sul corpo, in modo che ti poteva capitare di passar loro appresso ma, mimetizzati com’erano, si confondevano con piante e arbusti, quindi non li vedevamo.
Decidemmo di mascherarci a nostra volta, e mimetizzammo anche la nostra piccola imbarcazione. Ci inoltrammo profondamente nella palude di mangrovie finché vedemmo un alligatore che sguazzava dentro lo specchio d’acqua, e all’istante si proiettava in aria per ricadere tuffandosi e sparire nel fondale. Subito dopo, con un’enorme spruzzo, ecco che vediamo saltar fuori dalla palude un uomo completamente nudo, che riacchiappa l’alligatore per la coda e lo getta per aria, ridendo e sparendo a sua volta dietro al lucertolone.
....”

(continua)

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