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La Figlia del Papa

Carissimi,
questa settimana vi riproponiamo un libro che sta avendo un grande successo: si tratta de La Figlia del Papa, un testo di Dario Fo su Lucrezia Borgia. Il libro si legge come un romanzo, e racconta tutta l'umanità di Lucrezia liberandola dal cliché di donna dissoluta e incestuosa, calandola nel contesto storico di allora e nella vita quotidiana.
Una vera accademia del nepotismo la corte dei Borgia, tra festini e orge... vi ricorda niente?
Buona lettura!
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Il gioco degli scambi

L'1 ottobre 1498 Cesare Borgia si reca a Parigi. E' una città che non conosce ma ha cominciato ad amarla con l'apprendimento della lingua francese che, come ci siamo resi conto nel suo viaggio a Napoli al seguito di re Carlo VIII, egli sa parlare con agilità e bello stile. Ma che ci va a fare in quella città tanto lontana dalle sue origini? Va nientemeno che a chiedere la mano di Carlotta d'Aragona che, non a caso, è la cugina di Alfonso, ormai marito di Lucrezia, e figli di Federico re di Napoli. Ma non è il lieto fine di una storia d'amore, piuttosto un affare del tutto politico. Impalmando una d'Aragona Cesare si ritroverà a un gradino molto alto della scalata al regno di Napoli.
Ma l'incontro non va come previsto. L'ambita sposa, quando le propongono quell'unione, aggredisce i sensali con una scenata di violenta indignazione: “Cosa? Mi proponete di finire nel letto di un figuro del genere? Un assassino patentato degno dei prostiboli più malfamati? Vi siete dimenticati che quello è il bastardo che s'è presa come amante mia cugina, portandola via al marito, che poi è suo fratello minore? Ma cosa volete? Vado in matrimonio a 'sto infame che prima mi porta a letto e la mattina, dopo aver goduto della mia illibatezza, capace che mi scanna fra le lenzuola come il satrapo assassino delle Mille e una notte?”
Il rifiuto è brutale e senza appello, ma Cesare non se la prende più di tanto. Come si dice, i colpi di scena sono come il vento che spinge le navi, lo scirocco diventa maestrale e vi tocca cambiar rotta. E come fa un Cesare che, giocando a scacchi, perde una regina? Se ne prende subito un'altra? Quella napoletana dice no, ma c'è sempre anche disponibile una giovane nobile francese, un'altra Charlotte, Charlotte d'Albret, sorella del re di Navarra. Lei ci sta, il padre anche, quindi evviva gli sposi.
Questa mossa di scacchi gli procura la simpatia del re di Francia, Luigi XII, il quale, in verità, si avvale di questo favore nei confronti del figlio prediletto del papa per ottenere il suo appoggio, del papa s'intende, riguardo l'annullamento del proprio matrimonio. Il monarca ha sposato in nozze non gradite Giovanna di Valois, una giovane malata di mente. Solo il pontefice può estinguere questo matrimonio. E inoltre il re vuole ottenere il benestare del Vaticano per la realizzazione di un suo progetto ambito, cioè la conquista del regno di Napoli. In testa al suo programma c'è soprattutto la conquista di Milano. Per questa impresa Cesare viene nominato luogotenente, cioè il giovane ha a disposizione finalmente un esercito da guidare in coppia col monarca per assalire, oltre a Milano, anche alcune importanti città della Romagna.
Milano viene conquistata, quindi si scende in Romagna.
Dopo alcuni mesi, il 26 febbraio 1500, Cesare entra a Roma da condottiero vittorioso. Il padre gli aveva approntato un trionfo degno di un imperatore e giunse a nominarlo gonfaloniere della Chiesa. Ma l'accoglienza più festosa ed entusiasta gli venne riservata dal popolo romano. Furono in particolare gli impiegati dell'amministrazione pubblica i più fanatici acclamatori dell'impresa del figlio del papa. I feudatari romagnoli, infatti, erano un vero e proprio fardello per lo Stato pontificio. Riottosi e turbolenti, rifiutavano da anni di pagare le tasse dovute al governo di Roma, il quale era costretto a rifarsi sugli abitanti dell'Urbe, in particolare gli impiegati che da mesi non percepivano più lo stipendio. La vittoria del Borgia, per loro, rappresenta la certezza che presto avrebbero ricevuto consistenti arretrati.
Accogliendo Cesare il padre “Santo” era costretto a minimizzare la propria felicità e l'orgoglio di possedere un figlio tanto acclamato. Ma quando furono finalmente soli nel palazzo Rodrigo giunse ad abbracciare con tanta passione il figliolo da fargli mancare il respiro. Quindi, mentre i camerieri servivano il pranzo, dove i convitati erano solo padre e figlio, Alessandro esclamò, esprimendosi in catalano: “Raccontami tutto di questo tuo trionfo!”
(Continua)

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Published in LIBRI

Carissimi,
questa settimana vi raccontiamo di un nuovo libro-spettacolo di Dario Fo.
Parliamo di una grande diva della musica lirica: Maria Callas, il libro si intitola “Una Callas dimenticata”.
Una sera di più di un anno fa Dario era ad Alcatraz con Franca. Quella sera la nostra amata signora si era ritirata presto, Jacopo le aveva portato la cena in camera. Dario invece era al ristorante ed eravamo in pochi, gli raccontai che avevo visto in quei giorni, via streaming, alcune lezioni che Alessandro Baricco aveva tenuto all'Auditorium a Roma e che mi erano piaciute molto. Dissi a Dario che Baricco aveva raccontato la grande rivoluzione che la Callas aveva imposto alla musica lirica, questa voce così personale, così unica...
Dario mi interruppe: “Te la racconto io la vera storia di Maria Callas, quella che nessuno racconta!”
Ovviamente mi zittii immediatamente, potevo perdermi un racconto del mio Premio Nobel preferito? Avrei ascoltato in religioso silenzio anche se mi avesse letto la lista della spesa, pensa la vera storia di Maria Callas!
Ed ecco qui il risultato di quella scintilla, un libro, il testo di uno spettacolo sulla Divina Callas.
Perché quando Dario racconta una storia, vuole poi che sia di tutti.
Grande formato, 23 cm per 29, disegni magnifici, senza spese di spedizione!
E qui di seguito la consueta anticipazione. Buona lettura!
Gabriella Canova

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Una Callas dimenticata di Dario Fo e Franca Rame

A Franca

Questo mio libro è dedicato a una delle cantanti più famose dell'ultimo secolo e che, a Verona, nello stupendo palcoscenico dell'Arena, per la prima volta nella sua vita ha debuttato in Italia.
Si tratta di Maria Callas.
Personalmente ho conosciuto questa eccezionale soprano quando avevo poco più di 20 anni. Lei ne aveva due o tre più di me.
Frequentavo l'Accademia di Brera e tutti noi allievi spesso eravamo ingaggiati dalla Scala, nello spazio dedicato alla scenografia, per rinfrescare i fondali e i drappi di repertorio per i nuovi allestimenti.
Naturalmente ci pagavano... poco, ma ci pagavano!
Da un trabattello sul quale stavo lavorando ho notato una ragazza piuttosto avvenente che attraversava tranquillamente il palco, transitando come niente fosse tra le strutture sceniche e gli scorrevoli. Preoccupato le ho gridato: “Fermati, è pericoloso attraversare il palco adesso! Non vedi che dalla soffitta stanno calando centine e colonnati della scena? Dove stai andando? Vuoi finire schiacciata come una sfogliatella?”
E lei: “Sto andando in proscenio, stiamo provando lì”.
All'istante arrivò il responsabile del montaggio che disse: “Non si preoccupi signora Callas, ci penso io”; e così le fece strada prendendosela per mano e l'accompagnò passando da dietro le quinte. Poi la sentii cantare. Tutti noi ragazzi della scenografia ci bloccammo, scendemmo da scale e praticabili. Quindi, badando di non dare nell'occhio, ci avvicinammo al proscenio: di lì a poco eravamo tutti seduti sul pavimento dietro le quinte, ad ascoltare affascinati l'aria di Casta Diva.
Alla fine, non abbiamo potuto trattenerci dall'applaudire, il direttore di scena ci cacciò dal palco come degli intrusi. “Peggio, dei guardoni musicali... non si ascolta di nascosto una soprano come questa!”

E poi parte lo spettacolo ... lo spettacolo immaginato da Dario e lo spettacolo a volte tragico della vita della grande diva Maria Callas.

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Dario Fo, La figlia del Papa

Carissimi,
che bello parlare di questo nuovo libro di Dario Fo: La Figlia del Papa (che Commercioetico vi offre senza spese di spedizione), dove si parla di una donna straordinaria, Lucrezia Borgia. Di lei si è scritto di tutto: figlia di un Papa, tre volte moglie (un marito assassinato), un figlio illegittimo... tutto in soli 39 anni, in pieno Rinascimento. Un vita incredibile e a raccontarla ci hanno provato scrittori, filosofi, storici.
Ma nessuno l'ha raccontata come il nostro Nobel preferito.
Dario, staccandosi da ricostruzioni scandalistiche o puramente storiche, ci rivela in un romanzo tutta l'umanità di Lucrezia liberandola dal clichè di donna dissoluta e incestuosa e calandola nel contesto storico di allora e nella vita quotidiana.
Come scrive Januaria Piromallo, giornalista e scrittrice sul suo blog ne Ilfattoquotidiano.it: “Fo riscrive la drammatica storia di Lucrezia Borgia, non più vista come la figlia incestuosa di Papa Alessandro VI, il più corrotto dei pontefici, sorella del diabolico e altrettanto incestuoso Cesare e avvelenatrice di mariti, ma rivalutata come vittima di giochi di poteri. Come è umana la Borgia secondo Fo, che la pennella come donna illuminata e illuminante per l’ottusa società di quei tempi. E la tratteggia in una trentina di illustrazioni che corredano il libro. 'Quando mi sono trovato davanti a questa storia, non ho potuto fare a meno di pensare a Franca, che ha passato la vita tra occupazioni, carceri, malati di Aids, il problema dell’intervenire non per questione di buon cuore, ma per giustizia sociale'. E per lui la rilettura dei Borgia è anche un pretesto per trovare parallelismi con il nostro tempo altrettanto desolante e corrotto”.
Come d'abitudine vi riportiamo un brano del libro. Buona lettura!
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Prima parte
La tombola benedetta

L'11 agosto1492 i cannoni di Sant'Angelo spararono per ricordare a Roma e al mondo intero che il nuovo pontefice era stato eletto col nome di Alessandro VI. Finalmente la Spagna godeva del suo secondo papa, Rodrigo Borgia.
A Roma una pasquinata scritta dal solito ignoto esclamava: “Il soglio pontificio è annato a chia a pavato de più a quelli che gesticheno l'urna de la santa lotteria”.
I romani conoscevano per nome e casato ogni cardinale della tombola: Ascanio Sforza, fratello di Lodovico il Moro, che aveva ricevuto addirittura una città in premio per il suo appoggio, quella di Nepi, oltre a quattro muli carichi d'oro, Giuliano della Rovere, che riceve l'assicurazione di montare alla cima della piramide al prossimo giro e così via altri doni e prebende a tutti gli altri votanti.
Ma veniamo al questo nuovo papa, la cui famiglia abbiamo scelto come protagonista massima del nostro racconto.
De primi Borgia si sa molto poco e quelle scarne notizie che sono pervenute sono insufficienti a designarne l'origine; origine che gli adulatori della casa spagnola fanno risalire addirittura alla famiglia dei re d'Aragona, ma ciò è poco probabile.
In verità la nascita di questo casato ha luogo solo con l'autentico fondatore di questa genìa, pardon! Dinastia: stiamo parlando di Alfonso Borgia. Il padre del caporazza è detto a volte Domenico, a volte Juan, della madre non si conosce nemmeno il nome di famiglia.
Alfonso era nato nel 1378 presso Valencia. Fu assunto come scrivano segreto della corte dei re d'Aragona, ma con un fantastico cambio di casacca lo ritroviamo di lì a poco nei panni di vescovo di Valencia. In quella mise sbarcò a Napoli a seguito del re Alfondo d'Aragona che divenne monarca dei napoletani, Alfonso Borgia nel 1444 fu fatto cardinale. Carriera rapida e portentosa!
E' risaputo, il progetto della Spagna, già a metà del Quattrocento, in concorrenza con la Francia, era quello di riuscire a metter mano sul papato e sull'impero d'Europa. E furono proprio i Borgia a iniziare la conquista del soglio pontificio. Fu esattamente Alfonso il primo pontefice di Casa Borgia, che calzò la tiara nel 1455 con il nome di Callisto III. Al seguito del pontefice in testa alla scalata si sistemarono a Roma una notevole quantità di parenti diretti o acquisiti del Santo Padre di Valencia. Fra questi il nipote a lui più caro: Rodrigo
Tutti i numerosi cronisti e ricercatori della storia dei Borgia concordarono nel fatto che Rodrigo verrà a Roma all'età di circa diciotto anni, pronto a porsi sotto la protezione del pontefice spagnolo. E' il primo segno di palese nepotismo di questo alto prelato che si accolla tutte le spese a cui il giovane va incontro. Rodrigo ebbe come maestro Gaspare da Verona, uomo di grande cultura e dote straordinaria di insegnante.
Dopo qualche tempo il figliolo passa a Bologna a studiare giurisprudenza. Il tempo stabilito per ottenere questa laurea è di sette anni. Non è da pensare che egli si sia buttato completamente nei codici e nell'arricchirsi di retorica e di teologia. Il ragazzo, presso i suoi compagni di università, acquista immediatamente grande simpatia e stima. Rodrigo è un giovane carico di energia, dalla bellissima figura e dalla parlata tonda e spiritosa.  E' amato dalle ragazze e generoso con gli amici. Per cui diventa immediatamente il capobranco di quella masnada di figli della nobiltà e dei mercanti.
Partecipa a tutte le lezioni ed è puntuale nel sottoporsi agli esami, dove ottiene alti consensi. Ma non manca mai ai convivi nelle osterie e nei postriboli. “E' molto difficile per una donna – diceva il suo maestro di retorica – resistere al suo corteggiamento. Attira le femmine come la calamita il ferro. Ferro, naturalmente, è sinonimo di fallo. Oh, cosa mi fate dire!”
Il 9 agosto 1456, pur non avendo ancora completato l'intero corso di studi, per meriti speciali Rodrigo è ammesso all'esame di laurea. Entusiasta, lo zio, che nel frattempo si è assiso sul trono papale, come regalo lo nomina cardinale. Naturalmente la nomina viene elargita con pudore e nonchalance, e questo, è ovvio, per non destare ulteriori accuse di favoreggiamento nepotistico.

(Continua)

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Carissimi,
ogni volta che arriva un nuovo libro da promuovere sul ns. sito per farlo conoscere un po’ gli dedichiamo un Cacao del sabato. Allora prendo il libro, cerco un brano interessante e ne ricopio una parte. Mi piace questa modalità perché è un modo per far conoscere il libro “da dentro”.
La stessa cosa stamattina ho cercato di fare con questo nuovo testo di Joseph Farrell “Dario e Franca. La biografia della coppia Fo/Rame attraverso la storia italiana”.
Bene, di solito in mezz’ora è tutto pronto, il pezzo copiato, qualche riga di introduzione e via. Ma questo libro non me lo ha permesso. Farrel non si limita a raccontare la storia dei Fo ma li inserisce nel contesto, qualche volta critica, entra nei particolari, non fa semplice aneddotica.
Mi sono occupata personalmente della biografia dei Fo per l’archivio, posso dire di conoscerla bene ma qui ho anche trovato dell’altro, le lunghe chiacchierate con la coppia, la ricerca non solo nell’archivio così amorevolmente curato da Franca, ma anche dei giornali dell’epoca...
Il libro non è la glorificazione o la beatificazione della coppia Nobel, Farrel non risparmia le critiche, ma lo fa con attenzione e competenza.
Insomma, volete sapere come è andata a finire? In mezzo a mille cose da fare, come sempre e come tutti, mi sono bloccata due ore a leggere un po’ qui e un po’ là, con la voglia di continuare. Mi porto a casa il libro perché sono più di 400 pagine scritte fitte fitte.
Non esaustive come dice Farrell.
Buona lettura!

“Dario e Franca hanno fatto troppo, scritto troppo, parlato troppo, rilasciato troppe interviste, fatto troppi programmi televisivi, tenuto troppi laboratori, sono stati coinvolti in troppe polemiche, sono apparsi sul palco troppo spesso, hanno recitato in troppi Paesi, troppi dei loro spettacoli sono stati tradotti in troppe lingue e hanno viaggiato troppo perché un libro qualsiasi possa fornire una documentazione completa delle loro vite e opere. Nemmeno Dario Fo può aver letto tutto quelle che è stato scritto da Dario Fo (ma senz’altro Franca sì, NdR)
La conseguenza è che è stato prodotto troppo materiale su di loro in troppe lingue e il loro impatto è stato sentito in troppi paesi: nessun biografo sarà capace di rendere giustizia a tutto il loro lavoro, e finora mi riferivo solamente agli allestimenti teatrali. Dario non è stato solo attore, autore e scenografo, ma anche pittore e, più tardi nella vita, uno storico e critico di alcuni dei più grandi artisti in cui l’Italia abbia dato i natali.
A questo elenco si deve aggiungere che entrambi sono stati coinvolti per tutta la vita in campagne politiche e sociali, che hanno manifestato per cause umanitarie, hanno sostenuto i lavoratori in sciopero e si son lasciati coinvolgere in occupazioni di fabbriche, sono stati in prima linea nelle lotte per i diritti delle donne: durante gli anni di piombo hanno protestato contro l’ingiustizia in difesa di personaggi più o meno noti, come nel caso di Sofri, Pietrostefani e Bompressi; hanno scritto e diffuso opuscoli per auspicare riforme in molti campi; hanno partecipato ai movimenti per il divorzio e l’aborto; hanno portato avanti campagne per la riforma carceraria; hanno suscitato clamore internazionale sulla pena di morte; hanno attaccato le politiche ufficiali sui farmaci; si son fatti portavoce contro la bio-ingegneria e la clonazione; hanno manifestato contro l’inquinamento e si sono interessati a questioni connesse con l’ecologia e la politica verde. Con il passare degli anni, in un’età in cui la maggior parte delle persone avrebbe cercato il conforto del pensionamento, si sono gettati nell’arena della politica attiva. Franca come senatrice e Dario come candidato a sindaco di Milano e poi come attivista del Movimento 5 Stelle.
Entrambi hanno partecipato e hanno raccontato molti dei grandi eventi che hanno plasmato l’Italia moderna, il che significa che sono in egual misura sostenuti e contrastati, amati e odiati, ammirati e diffamati, venerati e perseguitati.
(...)
Ci sono pochi precedenti di cause impopolari tra i detentori del potere, Ci sono pochi precedenti (o forse nessuno) di sue persone che hanno composto e messo in scena farse e commedie e hanno raggiunto tale importanza pubblica.”

Joseph Farrell è Professore Emerito di Italianistica presso la University of Strathclyde, a Glasgow, Scozia.
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Sbagliando non s'impara

È grazie ai successi che cambia il mondo e cambiamo anche noi

Cari amici,
nel Cacao di oggi vi presentiamo il nuovo libro di Michele Dotti, “Sbagliando non s'impara”, di cui pubblichiamo un estratto.
Nella quarta di copertina si legge: “Se fosse vero che sbagliando si impara, come ci hanno sempre ripetuto, dovremmo essere tutti perfetti!
Invece continuiamo a ripetere ogni giorno gli stessi errori, senza neppure troppa fantasia. Questo accade perché in realtà è solo dai successi che nasce il cambiamento, a tutti i livelli: personale, sociale, culturale…
Questo libretto ci mostra come imparare a riconoscerli, crearli e replicarli. Come farne insomma una regola nella nostra vita, anziché una eccezione.”
Buona lettura!

Chi fa da sé fa per sé
Qui da noi c’è il noto detto “l’unione fa la forza”, che sembrerebbe incoraggiare decisamente la cooperazione. Peccato che ci sia anche il suo esatto opposto, “chi fa da sè fa per tre”, che di fatto lo neutralizza.
In Africa, invece, dove non esiste l’equivalente del nostro secondo detto, un proverbio recita in maniera molto esplicita: “Quando le formiche uniscono le loro bocche possono trasportare un elefante”. A me questo proverbio piace da matti, perché rispetto al nostro “l’unione fa la forza”, ci dice anche quanto sia grande questa forza, cioè ci fa capire che insieme è possibile realizzare imprese che altrimenti apparirebbero impensabili ancor prima che impossibili. Chi pensa di poter far da sé, molto spesso non ha fiducia negli altri e pensa solo a se stesso. Anche se sostiene di fare molto per gli altri, probabilmente mente a se stesso.
Chi vuole davvero fare qualcosa per gli altri, se è sincero, normalmente non impiega molto a capire che il modo migliore per farlo è anche con gli altri! E' dunque necessario mettersi in gioco per quello che veramente siamo, in modo autentico e sincero.
E' interessante osservare che il termine sincero deriva dal latino sine cera, cioè senza cera, con
riferimento allo scultore che non usava la cera per mascherare i difetti delle proprie opere.
Quindi, sincero è chi non nasconde nulla, per cui non ha nulla da temere. E non è poca cosa, poiché, come osserva Edmund Burke, “Nessuna passione priva la mente così completamente delle sue capacità di agire e ragionare quanto la paura”.
Ma l’unico modo per non nascondere nulla è non avere nulla da nascondere.
Mi emoziona sempre, rivedendo il film Gandhi, la scena in cui lui, ancora in Sudafrica, nel teatro stracolmo per l’assemblea contro la legge ingiusta sui lasciapassare, si rivolge alle forze di polizia inglesi presenti nella sala dicendo loro: “Noi non abbiamo nulla da nascondere”.
Chi coltiva in cuor suo questa purezza di intenti non può sbagliare!
Non può sbagliare semplicemente perché in lui c’é coerenza fra quello che desidera e le azioni che mette in campo per ottenerlo. Quindi non ha spazi interiori di distrazione che possano permettere lo sbaglio. Lasciandosi guidare sinceramente dal proprio desiderio, è nella condizione migliore per “errare”, cioè, come detto, per conoscere mediante l’esplorazione e l’esperienza diretta.
“Il mezzo è il fine”: questo per me è il cuore dell’insegnamento nonviolento gandhiano, l’esatto opposto della visione machiavellica per la quale “il fine giustifica i mezzi”.
Intorno a questo dualismo si sviluppa, ancora oggi, tutto il dibattito politico-filosofico fra chi sostiene – con Clausewitz – che la guerra sia “la continuazione della politica con altri mezzi” e chi invece – con Gandhi – ritiene che “la guerra sia la sconfitta della politica”.
La coerenza fra desideri e azioni, certo, non sarà mai perfetta, ma forse questo è un bene perché la perfezione non è propria dell’uomo e chi la pretende da sé o dagli altri si condanna a vivere nell’insoddisfazione continua.
Non sarà mai perfetta, dicevamo, ma essa può essere una preziosa e decisiva tensione ideale, forse l’unica fonte di autentica speranza. In ebraico la parola speranza (tikvah) deriva da una radice (qof+wav+he) che significa “tirare, tendere” e difatti, nella sua forma base, kavah, significa precisamente “fune”.
Questa tensione verso la coerenza mi richiama alla mente la meravigliosa espressione “dolce attesa” riferita a una donna incinta. Attendere deriva dal latino ad-tendere, cioè tendere verso qualcosa; la futura mamma attende, ma non nel senso di aspettare passivamente che il tempo passi, senza fare nulla. La mamma si prepara, fisicamente e psicologicamente, al momento difficile e al contempo meraviglioso del parto. Già ospita nel suo seno il miracolo della vita, che ancora è tutt’uno con lei, ma deve permettergli di crescere e maturare in pace e serenità. La dolce attesa è piena di tante piccole azioni quotidiane – gesti di cura e protezione – che esprimono perfettamente questa tensione ideale, di cui parlavamo, alla coerenza fra desideri e azioni. Basta guardare il viso dolce e felice di una mamma in dolce attesa per capire quali siano i frutti di questa coerenza.

Potete acquistare il libro sul sito della EMI http://www.emi.it/sbagliando-non-simpara

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