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68, c’era una volta la rivoluzione - Jacopo Fo e Segio Parini PDF Stampa E-mail
Libri - Romanzi
Sabato 26 Novembre 2011 08:16

68, c’era una volta la rivoluzione di Jacopo Fo e Sergio PariniCarissimi, questa settimana vi presentiamo la nuova edizione di un libro che potremmo definire storico: “68, c’era una volta la rivoluzione” di Jacopo Fo e Sergio Parini.
Il racconto segue la vita degli autori e la storia di quegli anni con gli occhi di chi li ha vissuti.
Non si tratta della solita ristampa ma di una vera riedizione con un paio di appendici che riportano quel tempo a questo, dove si parla, ad esempio, di Black Bloc.
Come fu il ’68? E chi lo sa, insieme a ideali, voglia di cambiare ci fu anche molta stupidità, e Sergio e Jacopo raccontano anche quella, in modo molto divertente. Ma permetteteci anche un po’ di orgoglio perché:

“Se avete i capelli lunghi, andate a lavorare in jeans o senza cravatta, se portate la minigonna o i pantaloni al posto della gonna, se non usate il reggiseno, se d’estate prendete il sole nudi, se ballate il rock & roll, vi fate le canne o avete un lavoro creativo, se siete vegetariani, fate yoga o comicoterapia, se ci sono in giro più barbe, orecchini, magliette con scritte e disegni, ponci, strani berretti, abiti bucati e colorati, zaini e scarpe a punta larga dovete ringraziare il ’68!”

Nel libro troverete decine di racconti a volte esilaranti, a volte commoventi, incredibili, finalmente un po’ di verità, senza pellicce sulla lingua.
Vi proponiamo qui sotto un brano del libro che ne racconta al meglio lo spirito. E se lo acquistate prima di Natale vi mandiamo una copia autografata da Jacopo con disegnato anche un animillo portafortuna!
LA STORIA UFFICIALE

La Storia Ufficiale mi irrita in modo smodato. Nel bene e nel male i fatti storici si svolgono in una confusione bestiale, in mezzo a errori, malintesi, fobie e paranoie di ogni genere.
Tutto è a misura di uomo e di donna, della nostra infinita stupidità. Siamo esseri umani, soffriamo di manie, tic, qui pro quo e di quella goffaggine esilarante, di quella comica idiozia che non ci abbandona mai: né nell’esecuzione di efferati delitti né nell’esperienza di strazianti martirii.
Nei verbali dei giudici e dei pentiti, nelle dichiarazioni dei grandi interpreti (da Scalzone, a Negri e Capanna), nei libri dei giornalisti e dei romanzieri si perde un elemento fondamentale per capire quei fatti in particolare e la storia umana nel suo complesso. Si perde il ridicolo che gli attori di questi eventi disseminavano in ogni loro azione.
Sono passati decenni e ancora tutti si sforzano di descrivere gli avvenimenti catastrofici di quegli anni come fatti seri, compiuti sotto la spinta razionale della bontà o della malvagità.
Nessuno racconta la tracotante idiozia, l’obsoleta imbecillità. I protagonisti sembrano usciti dai film di John Wayne... Spartacus contro Ercole... Invece la realtà vide all’opera tanti Stanlio e Olio, Buster Keaton, Ridolini e Charlot. John Wayne non esiste nella storia vera dell’umanità, è un personaggio letterario, inventato... inventato come il Toni Negri dipinto da Enzo Biagi, da Fioroni1 e da Toni Negri stesso.
Il risultato è che si finisce per annebbiare la capacità di giudicare e capire e ci si mette nella condizione di rifare sempre gli stessi errori.
Gli storici sperano di passare anch’essi alla storia e desiderano, nel loro piccolo, essere grandi. Tacciono la verità, riscrivono tutto, cancellano le meschinità, perché non c’è onore, non c’è gloria a raccontare l’insensato agire di tanti Stanlio e Olio. Così stanno facendo per i gloriosi anni ’70.
E tutti i protagonisti danno loro ragione
Perché tutti, alla fine, adorano l’idea di non aver recitato in una comica alla Woody Allen, ma di aver interpretato un colossal come Giù la testa o La battaglia di Fort Alamo. E lo Stato è perfettamento d’accordo. La sua tesi fondamentale è che ci doveva essere un vasto piano e una efficientissima organizzazione sovversiva dietro le efferate imprese dei gruppi armati, e tutte le inchieste sono state improntate sulla ricostruzione di questa organizzazione tentacolare, l’individuazione dei capi e di tutti i centri di potere. La loro idea portante è che lo Stato (oggi e sempre) è forte, grande e luminoso e che soltanto qualcuno molto forte, organizzato e cattivo può metterlo in difficoltà. Se avessero detto che i brigatisti erano stupidi si sarebbe capito subito che lo Stato era formato da una congrega di rincoglioniti.
Così i giornali per primi iniziarono a chiedersi: “Ma da dove vengono questi geni? Chi li ha addestrati? Chi ha insegnato loro tutte queste tecniche fantastiche? Come hanno fatto a trovare le armi, i soldi, le informazioni ecc. ecc.?
Si faceva finta di non vedere che le istituzioni italiane erano dilaniate dalle risse tra bande rivali di politicanti, piduisti, intrallazzatori, mercanti d’armi e droga; che la polizia era semianalfabeta, brutale e miope, incapace di condurre un’indagine con metodi più moderni di quelli borbonici. Le armi a Roma, Milano e Napoli si compravano nei bar, lo Stato non aveva la stima di nessuno, e le condizioni tecniche dell’azione terroristica erano ben più facili in una metropoli moderna che, ad esempio, sotto l’occupazione nazista.
Vi ricordate il mito dei postini delle Br?
Certo che la loro puntualità era incredibile in un paese dove una lettera espresso da Roma a Milano ci impiegava 15 giorni e una volta su dieci non arrivava... e sì che per mettere una lettera in un bidone della spazzatura e fare una telefonata da una cabina telefonica non ci vuole mica la laurea da 007... ma ai media sembrava impossibile.
“Dove avranno imparato?” si chiedevano i geni dei giornali.
Pazzesco.
Chiunque in vita sua abbia presenziato anche soltanto a una riunione di un comitato di quartiere, può benissimo immaginarsi il casino che regnava in un nucleo comunista combattente.
La teoria della lotta armata (teoricamente, appunto) era una cosa chiarissima e durissima. Ogni militante doveva conoscere solo i nomi di battaglia dei soli membri del suo gruppo. Un solo membro del gruppo (generalmente formato da cinque o sette persone) aveva rapporto con ognuna delle altre strutture collegate; a volte si trattava di un nucleo piccolo, con solo tre squadre: operativo (azioni), informativo (si occupava di raccogliere le informazioni necessarie per progettare le azioni militari) e logistico (depositi di armi, mezzi, case, contatti con medici, avvocati ecc.), a volte il nucleo aderiva (in modo più o meno stabile) a un’organizzazione più grossa (come i Nap o le Br) ma la legge della compartimentazione non cambiava.
Questa della segretezza e della compartimentazione era una fissa, nessuno doveva conoscere nessuno all’infuori delle esigenze operative. Per questo ognuno aveva un nome di battaglia. Il primo ordine che si riceveva candidandosi a entrare in un’organizzazione militare era di rendersi invisibile, aderire esteriormente alla massa anonima, non alzare mai la voce, dire a tutti che si mollava la politica ecc. Ed è chiaro che qualunque gruppo armato che volesse sopravvivere più di dieci minuti avrebbe dovuto fare così.
Quello che succedeva in realtà era che tutti sapevano vita, morte e miracoli del loro gruppo, di tutti gli altri gruppi italiani e anche di qualche formazione straniera. Il delirio totale.
Quando qualche terrorista faceva una cazzata mostruosa tutta la stampa cercava motivi misteriosi o macchinazioni fantapolitiche per spiegare i fatti, non riuscendo minimamente a pensare che un brigatista potesse essere stupido come un panda.
Non so quanti terroristi furono arrestati perché avevano perso la carta d’identità o i piani di un’evasione, quanti covi furono trovati perché si persero le chiavi con la targhettina di plastichetta con su il loro indirizzo e quanti finirono dentro perché avevano in tasca cinque carte d’identità false tutte con la propria fotografia.
Nessuno arrivava mai in orario, c’era quello che voleva portarsi la fidanzata in un’azione di fuoco, quell’altro che perdeva la pistola, inciampava con le bombe incendiarie, bruciava l’auto sbagliata, sparava all’uomo sbagliato. Inneschi rotti, timer in ritardo, cacciaviti sdentati, bulloni stretti male, incidenti d’auto. Gente che prendeva un autobus che andava da un’altra parte, che scappava con i soldi, che voleva far fuori l’amante di sua moglie, andare a letto con quella del logistico, rubare a casa di un avvocato.
Per non parlare di quanti non furono presi solo perché la polizia era ancora più distratta di loro, come Marco Barbone che perse una borsa piena di bottiglie molotov con su scritto nome, cognome, classe e scuola... lo presero solo cinque anni dopo, ma evidentemente di cazzate ne deve aver fatte un vagone.
Mi ricordo quando per otto riunioni di seguito chiesi a Toni Negri: “Noi siamo, metti, anche 7000, loro sono almeno 2 milioni e hanno l’aviazione, se qui si inizia a sparare come facciamo a vincere?”. Lui si incazzava come una biscia e cominciava a dire cose che c’entravano come cavoli a merenda. Da qui iniziava il caos perché tutti cominciavano a litigare su tutto. Dopo tre ore la riunione finiva senza che peraltro Negri avesse risposto al mio semplice quesito numerico-militare-strategico.
E non erano le riunioni del circolo del tennis ma quelle della mitica “segreteria cittadina clandestina” di Rosso, che secondo Fioroni dirigeva il nostro esercito. In un anno si riuscirono a fare non più di dieci riunioni perché, siccome eravamo fanatici delle segretezza, nessuno ci diceva mai dove si dovessero tenere. Ci venivano dati appuntamenti clandestini, dove ci trovavamo in due o tre e poi da lì si confluiva all’appuntamento centrale. La metà delle volte la riunione saltava perché tutti si perdevano e nessuno riusciva ad arrivare. Altro che barzellette sui carabinieri! In un anno non si riuscì neanche a decidere quali puntine da disegno usare.
Certo che poi le BR facevano scalpore perché avevano la macchina da scrivere con le testine rotanti! Praticamente i giornalisti hanno scritto chilometri quadrati di articoli su queste cavolo di macchine da scrivere delle Br, neanche avessero avuto le astronavi coi motori a fotoni. Questo fatto che avevano le testine intercambiabili li faceva impazzire.
Non riuscivano a capacitarsi di come le Br facessero ad avere una cosa che si vendeva ovunque e costava pure quattro soldi... è chiaro che in una situazione simile anche venti coglioni che si perdono a Milano possono convincersi di essere la segreteria clandestina dell’Armata Rossa.
Poi c’erano le fidanzate dei capi che erano le amanti di altri capi e che ogni tanto si facevano qualche gregario. Non potevi starnutire a Bari che loro a Torino lo sapevano ancora prima che tu ti fossi pulito il naso; e questo nonostante non facessero neanche parte di nessun gruppo militare. Si fossero pentite loro, altro che 200 per volta, ne finivano in galera. Ma si sa, le amanti dei capi sono sempre meglio dei loro uomini.
E meno male che i terroristi erano così fessi e lo Stato così demenziale.
Un terrorismo di “qualità” migliore avrebbe provocato disastri ancora più grandi. Saremmo ancora qui con la lotta armata e i morti per le strade.
Certo, la classe operaia avrebbe potuto fermare questa ondata guerrigliera. Disgraziatamente nella tradizione comunista italiana mancava totalmente una sana ideologia pacifista.
La storia comunista è costellata di picconi e calci nei coglioni, miti partigiani, miti di guerriglia. Non una parola sull’orrore della morte, di chiunque sia, sui crimini perpetrati sotto le bandiere partigiane o nella guerra di Spagna.
Un comunista con un fucile era un santo, un asceta, si tacevano gli eccessi, gli isterismi, la drammaticità disumanizzante della guerra e la facilità con la quale un pazzo possa sembrare sano di mente se ha una pistola in mano.
Così ci trovammo a combattere una guerra invincibile, armati soprattutto dalla nostra idiozia. Fu così che dimostrammo al mondo che un’idiota a vent’anni è una potenza ormonale esplosiva.

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