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MAMMA CHIMICA (20)

Sara Alberghini, Mamma Chimica

Rubrica a cura di Sara Alberghini, abitante dell'Ecovillaggio Solare di Alcatraz, mamma ed esperta di chimica...
Vuoi conoscere Mamma Chimica? L'abbiamo intervistata

E’ tornata! E ha delle cose strabilianti da raccontare!
Abbiamo intervistato Mammachimica al primo festiva di Ecofuturo: qui il video e una ricetta facilissima

Ma lo sapevate che…

DETERGENTI A BASE DI MICRORGANISMI EFFETTIVI
Molti mi hanno scritto per avere informazioni sull’efficacia e l’ecologicità del lavaggio tramite i “microrganismi effettivi” ovvero i detergenti eMC.
Personalmente mi ha sempre lasciato perplessa questo tipo detergenza. Innanzitutto non era mai possibile avere l’inci (la lista completa degli ingredienti) di questi prodotti, spesso perché protetta da brevetto, ma chi li vende dice che sono a base di microorganismi naturalmente presenti nell’ambiente e nel nostro organismo.
Ma allora, se sono sempre presenti, dovremmo essere sempre tutti puliti!
D’altra parte, se invece c’è un brevetto, questo mi fa pensare possa essere un prodotto derivante da biotecnologia. Nulla in contrario verso le biotecnologie, anzi, ritengo siano un’ottima risorsa per l’umanità, ma tutto deve essere sperimentato, per esempio per studiare le possibili ripercussioni sull’ambiente di un “nuovo” microrganismo lavante.
Inoltre mancava la cosa più ovvia per un detersivo: il test di lavaggio, che provi scientificamente la sua efficacia.
Una cosa che utilizzata non serve a nulla e non funziona, anche se non è pericolosa, è comunque una risorsa sprecata e che inquina e basta.
Ed è proprio questo che ha fatto la rivista ALTROCONSUMO, ha testato l’efficacia di lavaggio degli eMC, seguendo le indicazioni di dosaggio del produttore e confrontandolo con quello effettuato con un detersivo tradizionale.
Purtroppo il risultato non è stato buono: gli eMC non mantengono le promesse. (...)

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Ci sono alcune sostanze consentite nella formulazione dei cosmetici, che possono scatenare reazioni allergiche. La maggior parte sono i componenti del profumo (i così detti allergeni del profumo) ma risultano allergizzanti e sensibilizzanti anche alcuni conservanti o sostanze naturalmente presenti negli estratti vegetali. C'è per esempio il linalolo (contenuto in molti oli essenziali, es. in quello di lavanda), l'eugenolo (nell'olio essenziale di chiodi di garofano), l'alcool benzilico (un buon conservante).
Non tutti ovviamente hanno lo stesso potere allergizzante.
La lista delle sostanze potenzialmente sensibilizzanti era formata inizialmente da 26 molecole ma nel tempo si è allungata e nella prossima direttiva europea dovrebbero essere di circa 140.
Infatti, da studi recenti, sembra che le allergie siano dovute all'accumulo nell'organismo di determinate molecole. All'inizio, quando la quantità di tali componenti è bassa, non danno particolari problemi. Poi, improvvisamente, quando aumenta la loro presenza nell'organismo, questo non ne può più e si "sensibilizza" e così manifesta l'allergia, con rossori, pruriti, ecc. anche a distanza di anni.
Ecco perché i prodotti per bambini dovrebbero essere del tutto privi di profumo!
Il problema è che non tutti reagiamo allo stesso modo, quindi è molto difficile stilare delle liste o dare delle regole generali.
Proprio per informare il consumatore, la normativa vigente sui cosmetici (Regolamento CE 1223/2009, articolo 19, paragrafo 1, lettera g) prevede che i 26 allergeni vengano indicati sull'etichetta, nella lista degli ingredienti, se la concentrazione di queste sostanze supera i seguenti valori limite: 0,001 % nei prodotti da non risciacquare (per esempio le creme) e 0,01 % nei prodotti da sciacquare (come shampoo e bagnoschiuma).
Ovviamente se sono in quantità minori non compariranno in etichetta, ma questo non significa che non ci siano. Per questo motivo a volte qualcuno lamenta strane reazioni con cosmetici dall'Inci impeccabile...
Che gli allergeni siano presenti in derivati di piante e fiori non deve sorprendere, la "febbre da fieno" è arcinota e i super starnuti che ne derivano sono ovviamente causati da alcune sostanze presenti nel naturalissimo fieno! 
In alcuni cosmetici viene dichiarato che gli allergeni derivano solo da estratti vegetali o da oli essenziali, questo però non limita in qualche modo il problema della sensibilizzazione. Un allergene è un allergene, quello "naturale" non è migliore o più buono di quello proveniente dal laboratorio chimico, cioè di sintesi. Cioè, la bella molecolona di linalolo, è la stessa, sia nel naturale olio essenziale sia se creata dall'industria.
Come ripeterò sempre, TUTTO è chimica, c'è poco da fare!
Naturale non significa "innocuo" e sintetico non significa "brutto e cattivo", dipende dalla molecola!
Ovviamente, non è in discussione la cura e l'impegno con cui vengono prodotti i cosmetici da alcune aziende, magari italiane, che utilizzano materie prime di qualità, erbe e piante coltivate in modo sostenibile, senza pesticidi e veramente a km zero (direttamente in azienda).
Secondo me, in questi casi, questi prodotti hanno un valore aggiunto rispetto alla produzione industriale E, sempre per i motivi sopracitati, i profumi sintetici super pubblicizzati non sono paragonabili con quelli fatti artigianalmente, solo con oli essenziali, magari estratti con tecniche tramandate da generazioni o seguendo delle antiche tradizioni, che denotano una grande passione per le piante e la natura (ho avuto il piacere di conoscere la creatrice di Olfattiva, Barbara Pozzi, esperta di OE e distillazione. L'amore e la cura con cui li prepara è talmente evidente e piacevole che certamente i suoi profumi sono migliori!).
Però, chimicamente parlando, se le molecole sono uguali, sono uguali.
Il nostro corpo non può distinguere se l'allergene è di sintesi o se è naturale, per lui sono due molecole identiche. Ed è quindi identico il loro potenziale potere allergizzante.
Inoltre, per quanto riguarda gli oli essenziali, a parte il potere allergizzante, c'è anche un altro aspetto da considerare, ovvero l'impatto ambientale.
C'è un post molto interessante sul forum di Fabrizio Zago, che vi consiglio di leggere, ovvero il "Paradosso dei profumi naturali".
In pratica si evince che usando un OE si è certi di avere un prodotto... inquinante.
Lo so, l'OE è tutto naturale, ma i dati scientifici dicono questo...
In pratica sono state analizzate e paragonate le frasi di rischio ambientale, indicate nelle schede di sicurezza delle materie prime, sia della fragranza di lavanda (sintetica) sia dell'olio essenziale di lavanda. Il risultato è che nelle fragranze sintetiche gli ingredienti presenti con frasi di rischio ambientale corrispondevano allo 0,2-2% degli elementi dichiarati, mentre nell'OE risultavano circa il 31-61% degli elementi dichiarati.
In effetti, tutto ciò può sorprendere, ma dobbiamo considerare che i naturalissimi OE sono un concentrato di sostanze chimiche attive e potenti.
Di norma, una sostanza che uccide il 50% degli organismi acquatici in concentrazione inferiore ad 1mg/l è altamente tossica (per gli organismi acquatici appunto) e gli OE rientrano (purtroppo) in questa categoria, quindi, non è che non devono essere usati, ma il formulatore ne deve tenere conto nel dosaggio e a non esagerare.
Anche i test eseguiti su due detersivi (con e senza OE) hanno evidenziato che la tossicità di quello con OE è DOPPIA rispetto a quella senza profumo naturale.
L'Unione Europea sta completando degli studi approfonditi e, per esempio, con molta probabilità l'olio essenziale di ylang ylang sarà proibito (non solo limitato) dallo schema di certificazione EU Ecolabel.
Questo non fa altro che dare ragione al lungimirante Fabrizio Zago che da 15 anni classifica gli allergeni con il pallini gialli o doppio rosso...
Certamente, come per tutte le cose, è la quantità e la frequenza dell'utilizzo di una sostanza che la rende benefica o malefica! Basta un po' di buon senso e parsimonia!
Ma personalmente, se trovo (a fatica) cosmetici e detergenti senza o con poche profumazioni, preferisco.
Staremo a vedere.

Per approfondire: Forum Biodizionario:Cosmetici e prodotti biodegradabili

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E' da un po' che volevo scrivere di questo argomento. Spesso mi arrivano messaggi tramite il sito Mammachimica.it per avere qualche delucidazione, info o consiglio e quindi mi sono decisa.
Non sono un medico, quindi non posso e non voglio assolutamente fare lezioni a nessuno su come ci si cura, ci mancherebbe! Lo premetto, a scanso di qualsiasi equivoco. Ma, come chimico, è per me proprio impossibile sostenere l'omeopatia...
 
Spesso l'omeopatia compare tra i rimedi “naturali” di cura, ma non sono assolutamente la stessa cosa. L'utilizzo di erbe o piante per risolvere qualche problema di salute ha una base scientifica e... chimica. Ovvero, se sui bambini spalmo una crema all'arnica in caso di ematomi o gonfiori dovuti ai frequenti traumi di gioco, è perché l'arnica contiene “naturalmente” dei principi attivi, delle molecole chimiche, che sono analgesiche, antiinfiammatorie ecc. e quindi efficaci per questo tipo di incidenti, (oltre al potentissimo rimedio che hanno tutte le mamme è cioè la “coccola” aggiuntiva che deriva mettendo la cremina!).
Banalmente, se per prevenire raffreddori invernali dei bimbi o sostenerli quando già li hanno, preparo amorevolmente spremute d'arancia, è perché queste contengono la preziosa vitamina C (ovvero l'acido ascorbico, una bellissima molecola) che è un antiossidante naturale e molto importante nella nostra dieta (mia mamma per farmi mangiare frutta e verdura mi terrorizzava con terribili racconti di marinai malati di scorbuto!).
D'altronde, so che per molti è difficile ammetterlo, ma “tutto” è chimica! Cioè tutto può essere “descritto” da una ben precisa formula chimica o miscela di queste. Anche l'acqua, l'aria, gli estratti naturali dei fiori o piante sono molecole chimiche, certamente naturali, cioè non sintetiche (non prodotte in laboratorio), ma sempre molecole sono!
Quindi è “naturale” che un certo decotto, balsamo o tintura madre funzioni per risolvere alcuni problemi di salute, c'è un motivo scientifico, ovvero il principio attivo al loro interno.
E proprio per questo, bisogna stare attenti anche a ciò che è “tutto naturale”: anche il botulino e la cicuta lo sono, ma sono anche mortali!
Anche il validissimo propoli, tanto usato per il mal di gola e gli stati influenzali grazie alle sue proprietà antibatteriche, se lo date a mio marito, allergico a molti pollini e piante, lo fate secco!
E infatti, quando si utilizza una pianta o un erba a scopo curativo, bisogna comunque fare molta attenzione anche alla sua tossicità, controindicazione o interazione con altre sostanze (proprio come un farmaco convenzionale). Ad esempio, il naturalissimo iperico, con le sue proprietà antidepressive, antinfiammatorie e antidolorifiche, è nella lista delle sostanze che inibiscono il potere contraccettivo della pillola (è proprio scritto chiaro e tondo nel “bugiardino”, cioè il foglietto illustrativo presente nella scatola del medicinale). Evidentemente tra i suoi componenti principali c'è qualche principio attivo che interagisce con quello della pillola anticoncezionale.
La chimica reagisce...  ed è potente, naturale o non!
A questo proposito c'è un sito molto interessante e dettagliato, infoerbe.it, in cui Marco Valussi (responsabile, tra l'altro, della parte botanica del Biodizionario) descrive le piante chiamate appunto piante medicinali, elencando costituenti principali, attività, indicazioni e controindicazioni, bibliografia scientifica ecc.
Ovviamente tutto questo vale anche per i farmaci tradizionali e di sintesi: per abbassare la febbre posso usare un farmaco antipiretico, il famoso paracetamolo. Per questo motivo i così detti farmaci “generici” hanno la stessa efficacia di quelli di marca, perché quello che conta è la molecola, il principio attivo, che è stato studiato e dopo anni di sperimentazioni e prove scientifiche è risultato efficace per quel tipo di disturbo.
Personalmente non sono amante delle medicine, naturali o sintetiche che siano, proprio perché non mi piace introdurre sostanze chimiche estranee nel mio organismo. Quindi solitamente quando non mi sento bene... aspetto. Poi se proprio sto male male, approccio con un dosaggio del farmaco, spesso inferiore a quello indicato e nella maggior parte dei casi funziona. Ovviamente non mi riferisco a terapie antibiotiche o per malattie serie. Per quelle faccio esattamente cosa mi dice il medico! Parlo di cose leggere, mal di testa, stati influenzali, cosucce che con mezza pasticca di acido acetilsalicilico (aspirina) mi passano, anche perché dopo quarant'anni mi conosco!
Ma non per questo userei l'omeopatia, perché i granuli di zucchero che vengono venduti non contengono principi attivi, naturali o sintetici, non contengono nulla... e questo è un dato di fatto.
Se qualcuno li portasse ad analizzare in un laboratorio chimico di analisi, troverebbe solo la molecola di zucchero (saccarosio, forse anche lattosio) ma pagata a peso d'oro! (circa 1000 euro al kg).
In pratica l'omeopatia si basa sul principio che “il simile cura il simile”, se diluito infinite volte.
A me già questo mi lascia assolutamente perplessa. Cioè, se mi bruciano gli occhi perché mi è andato un agente irritante (ad esempio una goccia di acido ascorbico mentre faccio la famosa amorevole spremuta di prima), per lenire il disturbo devo usare la stessa sostanza irritante (???). Oppure se non riesco a dormire perché sono nervosa, come cura/terapia devo usare dei granuli omeopatici di caffeina (???).  A me non sembra molto logico e sensato.
Comunque, questa sostanza andrà diluita una marea di volte e, secondo gli omeopati, funzionerà perché l'acqua conserva la “memoria” del principio attivo che poi sarà spruzzato su granuli di zucchero.
Ora, sarò io proprio dura di comprendonio, ma come è possibile che l'acqua mantiene la memoria di una sostanza, tra l'altro diluita così tante volte e non si “ricorda” delle altre molecole? Perché, ovviamente, la diluizione avverrà dentro un recipiente, di plastica, di vetro, di acciaio inox, che è comunque costituito sempre da altri atomi e molecole.
Cioè la molecolina di acqua è in grado di decidere cosa ricordarsi?
Ma poi dentro quell'acqua cosa c'è realmente? Cos'è rimasto di quella goccia di sostanza diluita infinite volte? Trenta esami di chimica all'università, i laboratori pratici, il numero di Avogadro, la mole, gli equivalenti e tutte le leggi della chimica e della fisica, sperimentate, studiate e riprodotte orma da secoli, voilà, tutto sparito?
Non posso proprio farcela...
Non ci sono prove scientifiche a sostegno dell'omeopatia, non ci sono dati riproducibili e quindi scientificamente validi. E li cercano, eccome! Forse ce ne saranno, chissà...
I farmaci tradizionali sono stati sottoposti a rigorosi studi e anni di sperimentazione (in vitro, in vivo e anche su volontari) e alla fine può comunque capitare che alcuni prodotti già sul mercato da tempo, vengano ritirati, perché si scopre che l'uso reale e continuativo sui pazienti o non funziona o peggio crea danni.
I tubetti di granuli omeopatici non hanno nemmeno il foglietto di istruzioni con la posologia, il dosaggio, le controindicazioni, le interazioni... per info devo chiedere al farmacista!
Per me è inconcepibile: non compro niente senza leggere gli ingredienti!!!
Non sarà forse perché appunto nel bugiardino, tra gli ingredienti, ci sarebbe scritto solo zucchero?
Il fatto certo è che l'omeopatia, oltre ad un enorme giro di soldi, è un potentissimo placebo.
Chi la usa giura e spergiura che funziona, tante mamme vedono i propri bambini stare davvero meglio. E non sarò certo io a convincerle del contrario, per carità!
L'effetto placebo è noto, stranoto e studiato. Alcuni meccanismi non sono ancora del tutto chiari. Però gli studi scientifici “seri” relativi a un nuovo farmaco, paragonano sempre i risultati di relativi all'assunzione di una nuova molecola, con quelli ottenuti con un placebo, cioè una sostanza senza principio attivo. Lo fanno proprio per un non confondere la normale risposta dell'organismo a seguito del fenomeno di aspettativa e non dell'efficacia della nuova medicina in valutazione.
Gli umani sono esseri complessi e influenzabili... e anche l'aspetto psicologico è potente!
Se mi aspetto che quella sostanza, procedura o granello di zucchero (somministrato per tempi lunghissimi, senza essere toccato con le mani e altre pratiche oscure), dia sollievo a malattie passeggere o semplici disturbi e credo fermamente che funzioni, alla fine lo farà!
E' il classico pensare positivo: cambiare aria, sorridere, ecc. L'attesa del miglioramento fa veramente rilasciare piccole quantità di endorfine, adrenalina e adenosina, per resistere meglio allo stress, dolore, ecc. e quindi avrà un effetto reale sull'organismo.
Non solo le pillole possono funzionare da placebo, ma tantissime cose possono farlo. Anche su di me lo utilizzo!
Mia mamma aveva un vecchio foulard di seta che usava se aveva mal di gola. Ora lei non c'è più e quando non mi sento bene lo indosso, e funziona! Il mal di gola si trasforma in raffreddore. Lo so benissimo che sarebbe successo lo stesso senza o con qualsiasi altro foulard... ma si sa, quando si sta male si ha bisogno di coccole aggiuntive... Anche con Emiliano tento questo rimedio e lui, che è molto sensibile e intelligente, sta al gioco e per non dispiacermi mi dice: “Un po' funziona ma non tantissimo...”
E' chiaro che il rinforzo è fondamentale affinché funzioni l'effetto placebo: la convinzione, il rituale, l'ecc.. Ma a me dispiace raccontare palle ai miei figli, anche se a fin di bene...
Comunque, tornando ai granuli omeopatici, il fatto che ci siano prove certe che non ci sia assolutamente nulla all'interno dovrebbe far riflettere, almeno solo per risparmiare soldi!
Molti dicono: “Se è solo zucchero e placebo allora male non fa, perché ti scaldi tanto?”.
Certo! Ma perché devo essere presa in giro attribuendogli doti miracolose che non ha e soprattutto pagarlo tantissimo! A me questo mi farebbe veramente rodere parecchio!
E comunque, per affermare che la salute o la guarigione sia da attribuire a certi granuli, bisognerebbe poter fare una controprova. Una mamma una volta mi ha detto: mio figlio ha preso granuli di xxx e non si è mai ammalato questo inverno. Ci credo, assolutamente! Ma nemmeno i miei si erano ammalati, tutti e due e senza granuli... Sarà stato invece grazie al buon stile di vita, alimentazione e davvero parecchia fortuna?
Molto di quello che vi ho scritto sull'effetto placebo e l'omeopatia è solo un accenno a ciò che troverete su un blog di medicina molto interessante MedBunker, le scomode verità” e che vi consiglio se volete approfondire. 
Il suo autore, il dott. Salvo di Grazia, sono anni che spiega in modo scientifico, con articoli e riferimenti bibliografici, le varie bufale che girano in medicina (anche ahimé incoraggiate dagli stessi medici iscritti all'albo!). Purtroppo tutte queste nuove terapie fanno soprattutto arricchire il fautori delle pseudo cure, piuttosto che guarire il malato...
Il sito non ha banner pubblicitari o riferimenti a case farmaceutiche, è per questo che mi permetto di indicarvelo. Ci sono molti articoli sull'omeopatia, in cui si spiega in modo dettagliato su cosa si basa, le varie diluizioni e come dovrebbe funzionare. Per esempio c'è la “guida illustrata all'omeopatia” davvero molto divertente oltre che esplicativa. Oppure la raccolta dei dati scientifici a supporto, cioè nessuno...
Dell'omeopatia si parla troppo, anche su MammaChimica adesso!
Però il dott. Salvo Di Grazia un giorno mi ha scritto: “Battere l'ignoranza è possibile, ma la cattiva informazione (che non è ignorante ma "interessata") è molto più complicato, per questo ben venga ogni pagina che informa correttamente”.
E con questo intento che vi auguro buona lettura.

Sara A., Mamma Chimica

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Torna Mamma Chimica!
In questo Cacao ci parla di una nuova certificazione con un nome molto poetico: The Green Way to Life, il modo verde di vivere, la strada verde per la vita.
Volete conoscere Mamma Chimica? Era con noi a Ecofuturo e l'abbiamo intervistata.  Oppure potete trovarla a Casa Solare dell'Ecovillaggio!
Buona lettura!

The Green Way To Life
Presto troveremo in commercio alcuni prodotti con questa nuova certificazione eco-bio-etica europea: The Green Way To Life.
Per ora riguarderà solo i detergenti per la casa e professionali, ma in seguito anche i cosmetici.
Questa nuovissima certificazione deriva da un lavoro di circa tre anni e il suo obiettivo è colmare la dicotomia che c'è nelle maggiori e più importanti certificazioni attualmente esistenti, proprio nel modo di affrontare il problema "ecologia e impatto ambientale".
Infatti, molte certificazioni si preoccupano soprattutto della provenienza delle materie prime, alcune garantiscono che le sostanze impiegate siano solo di derivazione biologica, ma danno meno peso all'impatto che poi avranno sull'ambiente dopo il loro utilizzo.
Altre certificazioni invece utilizzano anche molecole di sintesi e di derivazione petrolifera però si pongono il problema di tutto ciò che succederà, dal flacone all'ambiente, e hanno stringenti test di efficacia (Es. Ecolabel).
Un' associazione di produttori di detergenti ecosostenibili ha stabilito una serie di CRITERI che tengano conto GLOBALMENTE del prodotto, non solo dell'origine o del destino.
A febbraio 2013 l'associazione era composta da 11 produttori, tra i migliori in campo nella detergenza (italiani, francesi, belgi e tedeschi).
Quindi la certificazione è nata "dal basso", proprio da chi produce, anche da piccole aziende, con piccoli fatturati, ma che hanno come punto di forza la sostenibilità, l'innovazione e lo sviluppo di progetti locali. Ovviamente fanno parte dell'associazione anche chimici esperti del settore.
In pratica, ci saranno 10 parametri caratterizzanti il prodotto, con una scala di valori precisa (giudizi): impatto sugli organismi acquatici, performance di lavaggio, produzione di rifiuti, consumo di energia da fonti rinnovabili o meno, materie prime a km zero, costo del trasporto, ecc.
Il produttore attento e sensibile alle tematiche ambientali, che volesse ottenere questa certificazione avrà uno strumento per calcolare se la composizione chimica del suo prodotto e il flacone sono in linea con GWTL. Se lo sarà, potrà valorizzare la caratteristica del suo detergente, anche in previsione del tipo di clientela che vuole raggiungere.
Per esempio: potrà avere 10 in biologicità (tutto vegetale) e 6 in performance, oppure 6 in ecocompatibilità (perché usa sostanze non tutte verdi) ma 9 in efficacia.
Sull'etichetta compariranno obbligatoriamente 4 argomenti, gli altri 6 sul sito internet (perché spesso non c'è proprio lo spazio necessario sul flacone). Tutto questo darà una panoramica completa del prodotto, affinché ci sia la massima trasparenza possibile.
Ma non solo, GWTL sarà attenta anche al lavoro delle persone, avrà infatti una carta etica e per esempio la differenza tra il più alto e più basso stipendio dei dipendenti dell'azienda non deve essere maggiore di 20 volte.
Certamente anche i costi dei prodotti saranno diversi, a seconda dei parametri enfatizzati. Chi vorrà formulare un prodotto con tutti 10 probabilmente poi lo dovrà far pagare più caro, ma magari si avvicineranno a GWTL anche quelli che cominciano il loro percorso verso una detergenza più pulita e inizialmente avranno tutti 6 ma prezzi ragionevoli.
Alcune certificazioni locali attuali sono anche promotrici di Green way to life, quindi non ci saranno competizioni o "doppioni", ma magari delle sostituzioni di certificazione, perché ci si è resi conto che molte esigenze erano comuni a molti produttori.
Manca in realtà un ultimo parametro, l'undicesimo, che forse verrà messo in seguito quando si introdurranno anche i prodotti cosmetici, ovvero il parere dell'esperto (eco-dermatologo) per quanto riguarda appunto efficacia, piacevolezza ed ecodermocompatibilità del cosmetico.
Insomma, questa nuova certificazione potrà dare "soddisfazione" sia ai fabbricanti che ai consumatori!
Poi starà a noi scegliere, ma almeno abbiamo una buona base di partenza, chiara e calcolata scientificamente!

Per approfondire:
thegreenwaytolife.com
Sul forum Biodizionario, Cosmetici e prodotti biodegradabili
Video di presentazione
Altro video

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Ovviamente non resisto.
E' assolutamente impossibile per me non decantare le meraviglie della chimica anche ai miei figli.
Con linguaggio semplice, certo! Ma cercare di spiegare scientificamente perché avviene una certa cosa è per me irresistibile...
Inoltre tutto è chimica e se non esistesse sparirebbero così tante cose!
Ma nonostante il mio entusiasmo, c'è sempre chi mi “smonta”: a partire da alcuni miei studenti (non tutti eh!), che con molta sincerità mi dicono: “a professorè, se vede proprio che le piace sta materia, ma a noi nun ce frega niente...”.
Allora, mi concentro su Emiliano, 6 anni, tutto contento di vedere “cosa insegna mamma a scuola”.
Ecco alcuni esperimenti semplici semplici, ma di sicuro effetto per i più piccini.
Niente di pericoloso! Sono certa che la maggior parte degli ingredienti li avete già in cucina.
Vi consiglio di effettuare gli esperimenti su di un vassoio, una tovaglia di plastica o un ripiano che possa essere facilmente lavato, dato che cadrà del liquido.

1) IL VULCANO
Prendete una tazzina e metteteci un po' di aceto (un dito circa), poi versateci sopra, tutto insieme, un cucchiaio di bicarbonato di sodio.
Si formerà molta schiuma che farà fuoriuscire il tutto, come se fosse la lava del vulcano. Se aggiungerete all'aceto un po' di colorante alimentare rosso, diventerà ancora più realistico l'esperimento.
Cos'è successo? è avvenuta una reazione chimica!
L'aceto è una sostanza acida, mentre il bicarbonato di sodio è leggermente alcalino. Mischiati insieme reagiscono e formano un gas chiamato anidride carbonica, responsabile della vigorosa effervescenza.

2) LA MONGOLFIERA
Prendete una piccola bottiglietta (es. di succo di frutta) e versateci il solito dito di aceto. Poi mettete un cucchiaio di bicarbonato in un palloncino (magari aiutandovi con un imbuto).
Attaccate il palloncino alla bocca della bottiglietta meglio che potete. Poi, tirandolo su, fate cadere tutto il contenuto all'interno della bottiglia. Il palloncino si gonfierà “magicamente” da solo.
Cos'è successo? Anche in questo caso è avvenuta la reazione chimica tra il bicarbonato e l'aceto, con formazione di anidride carbonica gassosa, che questa volta ha gonfiato il palloncino.

3) LA POZIONE MAGICA
Mettete acqua e un po' di vino rosso in un bicchiere trasparente, poi aggiungete un cucchiaino di bicarbonato. Voilà! Il vino è diventato blu!
Cos'è successo? Il vino è formato da tante sostanze. Alcune di queste diventano più scure se vengono mischiate con una sostanza alcalina, come per esempio il bicarbonato di sodio. Anche qui è avvenuta una reazione chimica, che ha dato origine ad una sostanza (prodotto) diversa da quelle di partenza e che si nota molto bene grazie al diverso colore. Una cosa analoga avviene quando aggiungete il limone al te e lui si “scolorisce”.

4) LA POLVERE MAGICA
Mettete un po' di bicarbonato in un piattino e versate qualche goccia di vino rosso: il bianco bicarbonato non diventerà rosso ma blu!
Cos'è successo? La stessa cosa di prima, la lieve basicità del bicarbonato trasforma i componenti colorati del vino da rossi in blu.

PS: se al posto dell'aceto userete una soluzione di acido citrico sarete anche meno impattanti sull'ambiente.

PPS: alcuni di questi esperimenti li ho fatti anche in classe, in un liceo ed in molti si sono divertiti!
La speranza è di far rimanere più “impresso” agli studenti che in una reazione chimica le sostanze si trasformano in altre, nuove e diverse e che ci sono degli “indizi” che ce lo fanno capire (la formazione di bollicine, il cambiamento di colore, ma anche la variazione di temperatura e la formazione o scomparsa di un solido).
Ovviamente tutto di mia iniziativa e portato da casa! A scuola non c'erano laboratori o reagenti da utilizzare...
Buone pozioni!

Sara Alberghini
http://www.mammachimica.it/

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Seconda parte (leggi qui la prima) delle pillole brevi di Mamma Chimica. Buona lettura!

Detergente intimo al posto dello shampoo
Può capitare di avere prurito al cuoio capelluto e anche una certa desquamazione della cute dopo essersi lavati i capelli. Oppure notare che si sporcano in breve tempo. Forse la colpa è del detergente che contiene tensioattivi troppo aggressivi, oppure perché lavando troppo spesso i capelli si ottiene l’effetto opposto: sgrassando troppo la cute, questa reagisce producendo più sebo per proteggersi, poverina! Comunque, in tutti questi casi, potreste provare a lavare i capelli con un detergente intimo (con buon INCI ovviamente) e con molta probabilità risolverete il problema. I detergenti intimi infatti, per loro natura, sono formulati per essere molto delicati e questo può aiutare a dare un po’ di sollievo al cuoio capelluto.
Così avrete capelli puliti e cute non stressata!

Oli essenziali
Gli o.e. sono oli profumati derivanti da piante, fiori o frutti. Vengono ottenuti tramite l'estrazione o la distillazione di enormi quantità di pianta (da cui deriva anche il loro prezzo elevato).
Oltre a profumare, hanno molteplici proprietà: antibatteriche, analgesiche, tonificanti, cicatrizzanti, ecc. che dipendono dal principio attivo in essi contenuto. Vengono quindi usati in cosmetica, in aromaterapia e anche per uso interno.
Però, nonostante siano “naturali” non significa che sono “innocui” (anche l'arsenico è naturale!).
Anzi, proprio perché al loro interno ci sono sostanze chimiche molto attive e concentrate, sono potenzialmente tossici, alcuni sono irritanti, altri fototossici.
Quindi vanno usati con molta attenzione e solo nelle dosi consigliate. Non si può “improvvisare” e metterne un numero di gocce “a caso”. Non vanno mai utilizzati puri sulla pelle e alcuni sono assolutamente da evitare in gravidanza e sui bambini (da cui vanno comunque tenuti alla larga perché alcuni o.e. potrebbero essere anche letali se ingeriti).
Se sono puri e non dispersi in una fase alcolica, non si sciolgono in acqua, perché appunto sono oli, ma galleggeranno sulla superficie.
Quindi non ha senso aggiungerli, per es., al detersivo per la lavatrice fai da te e pensare che poi profumerà il bucato. In questo modo sprecheremo l'olio essenziale per due motivi: al primo prelievo di detersivo verseremo tutte le gocce insieme; inoltre queste gocce non si attaccheranno ai tessuti, perché non hanno i fissativi del profumo artificiale come nel detersivo tradizionale!
Non sono esperta di oli essenziali e non ne faccio uso attualmente.
Ma potrete trovare informazioni interessanti nei seguenti siti (non solo su come usarli ma anche come “scoprire” se sono davvero puri e naturali e non sono stati soggetti a sofisticazioni, ahimè molto frequenti).
infoerbe.it di Marco Valussi, esperto e consulente della parte botanica del Biodizionario il forum di Fabrizio Zago, Forum di Lola, Forum di Barbara

Il fenossietanolo
Il fenossietanolo è un conservante usato nei prodotti cosmetici, anche in quelli per bambini.
Il suo nome nella lista degli ingredienti (INCI) è Phenoxyethanol.
E' una molecola di derivazione completamente sintetica (cioè prodotta in laboratorio) ma discreta dal punto di vista ambientale.
Non è tra i peggiori conservanti in circolazione (anzi), ma già da qualche anno è oggetto di molte discussioni riguardo alla sua pericolosità.
Certamente non potrà essere una molecola tanto “innocua”, perché il suo lavoro è appunto quello di uccidere i microorganismi (ogni crema o detergente a base di acqua marcirebbe e diventerebbe un ricettacolo di batteri, che poi ci spalmeremo addosso, se non ci fossero conservanti al loro interno!).
Attualmente, in alcuni paesi europei, questa sostanza è stata bandita.
Il problema che gli si contesta è la possibile presenza di diossano cancerogeno, che si può formare durante la sua produzione. Stesso problema evocato per lo SLES e che ha scatenato le medesime campagne allarmanti. Però, nonostante se ne parli su riviste e su siti web, non ci sono dati scientifici o pubblicazioni in merito da controllare.
E' vero che è molto frequente la scoperta di effetti negativi dovuti a conservanti ritenuti “perfetti”, vedi l'accoppiata sorbato/benzoato, che in alcune persone causa forti irritazioni.
Ed è anche vero che spesso si punta il dito su di una molecola, per nascondere qualcosa di peggio. (Vi è mai capitato di leggere in etichetta “senza” questo e quest'altro e poi trovarvi in inci il cessore di formaldeide cancerogena? A me sì...)
Quindi, secondo me la parola d'ordine è VIGILARE, come sempre....
Se avrò aggiornamenti scientifici li posterò.
Magari cercherei comunque di evitare quelle creme che lo contengono e sono destinate a bimbi sotto i 3 anni.
(Per approfondire: forum Biodizionario: cosmetici e prodotti biodegradabili)

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Talco per tenere lontane le formiche, un rimedio semplice e non tossico!
Solitamente non circolano tante formiche in giardino, ma verso fine luglio cominciano ad arrivare in massa, ed eccole numerose dopo il pranzo o la cena sotto il seggiolone di Claudia. Ma non è questo il problema, sono le lunghe scie che a volte si formano vicino all’entrata della cucina che mi preoccupano…di certo con 2 bambini e un gatto non mi metterò mica a spruzzare repellenti strani! Per evitare che entrino e ritrovarmele così in tutta la cucina, cospargo lungo la soglia del semplice talco e vi assicuro che stanno alla larga! Vi confesso che non conosco il motivo della sua efficacia, probabilmente è il profumo che le stende! O forse è anche il fatto che il talco che ho in casa (vecchio di millenni perché lo usava mio papà per riporre canotti e gonfiabili per il mare durante l’inverno) contiene Belzalkonium chloride, un conservante e quindi con proprietà battericide?
Per approfondire c’è un post dedicato sul forum Biodizionario: cosmetici e prodotti biodegradabili.

Aggiornamenti scientifici
Vi segnalo 2 post interessanti sul forum Biodizionario: cosmetici e prodotti biodegradabili.
Il primo, del 10 luglio 2013, è della dottoressa Riccarda Serri (Riky), dermatologa, in cui si parla di conservanti allergenizzanti a seguito di recenti studi effettuati: “The American Academy of Dermatology is alerting its dermatologists to methylisothiasolinone. Alone or in combination with methylcholoroisothiasolinone, the preservative “can be found in some face creams, mascaras, shampoos, body washes and even wet wipes.” Unfortunately, the AAD is “calling it the contact allergen of the year because it’s causing skin rashes at an increasing rate.” Some people who use products containing the substance are ending up with contact dermatitis as a result of an allergic reaction.”. (L'American Academy of Dermatology avverte i suoi dermatologi a proposito del methylisothiasolinone. Da solo o in combinazione con methylcholoroisothiasolinone, il conservante può essere presente in creme per il viso, mascara, shampoo, bagnoschiuma e salvettiene umidificate. Purtroppo l'AAD è da considerarsi un allergene e sta causando eruzione cutanee con un tasso sempre crescente. Alcune persone che utilizzano prodotti contenenti questa sostanza finiscono per aver dermatiti da reazioni allergiche).
Il secondo post è del 25 luglio 2013, da parte di Fabrizio Zago e relativo ad una sostanza spesso presente nei detergenti, la Cocamide DEA: “Da quando esiste questo forum e da quando esiste il Biodizionario abbiamo sempre sostenuto che la Cocamide DEA doveva essere considerata sostanza a doppio pallino rosso. Oltre a noi, adesso e con 13 anni di ritardo, anche altri enti importanti stanno arrivando alle stesse conclusioni: “California’s Office of Environmental Health Hazard Assessment (OEHHA) has listed Cocamide DEA (CAS No. 68603-42-9) on Proposition 65.”
Le sostanze citate sono appunto considerate da tempo poco adatte alla formulazione cosmetica e quindi, se presenti nell’inci, mi fanno scartare il prodotto. Ma la pubblicazione di articoli scientifici in merito non fa altro che confermare la preziosità del Biodizionario e la competenza e lungimiranza del suo creatore, il chimico Fabrizio Zago.

Avvertenze di un ammorbidente tradizionale
A proposito di profumi e sostanze strane che ci sono nei detersivi tradizionali, mi sono imbattuta in questo prodotto che mi è arrivato per posta come pubblicità.
È il campioncino di un nuovo ammorbidente, già super pubblicizzato.
Premetto che non ho in casa ammorbidenti da secoli proprio perché non voglio residui sul bucato, ma l’etichetta mi ha lasciato comunque a bocca aperta!
Dunque, tra le varie cose è scritto:
“Contiene tetramethyl acetyloctahydronaphthalenes. Può provocare una reazione allergica.
Non usare mai il prodotto direttamente sulla biancheria, non travasare mai in bottiglie per alimenti.
ATTENZIONE: gli ammorbidenti liquidi possono aumentare l’infiammabilità dei tessuti, usare più prodotto di quanto consigliato può aumentare questo effetto.
EVITARE di usare il prodotto in questi casi: sui pigiami dei bambini, sui capi etichettati come non infiammabili, sui capi in fibre soffici (come lana, velluto, ciniglia e spugna)”…praticamente su nulla!
Ma con che coraggio lo vendono e con che coraggio lo comprano???

“Lavarsi” con le farine
Un'idea eco-bio-veloce-economica per lavarsi, in alternativa al solito detergente a base di tensioattivo, è usare le farine!
Per esempio per il viso la farina d'avena è la più delicata e lenitiva, mentre la farina di riso ha un effetto esfoliante (tipo scrubb leggero) e rinfrescante.
Basterà mettere un po' di farina sulla mano, aggiungere acqua e spalmare la pappetta sul viso massaggiando, come se fosse un normale sapone. Si sciacqua e il gioco è fatto! Se siete truccate, otterrete un risultato migliore usando prima un po' d'olio o latte su un batuffolo di cotone per togliere il trucco.
Le farine potete tenerle in bagno, in un barattolo chiuso per evitare che assorbano umidità e con all'interno qualche chiodo di garofano (dalle blande proprietà antibatteriche). Personalmente trovo molto comodo utilizzare il contenitore “dosa zucchero”, quello che quando lo rovesci esce appunto una dose di farina.
La farina di grano saraceno è invece un ottimo rimedio per pulire le mani quando si dipinge ad olio.
Per i capelli potreste provare la farina di ceci, anche in questo caso dovete diluirla con acqua tiepida e passarla bene tra i capelli bagnati e sul cuoio capelluto, poi va risciacquata con cura. Non vi venga in mente di usare la farina bianca (tipo 00 ) sui capelli: vi si appiccicheranno tutti e toglierla sarà una vera rogna! (Più la farina è ricca di glutine e maggiore sarà l'effetto colla).
Anche per il corpo è ottima la farina d'avena. Molti si sbizzarriscono unendo più farine diverse, profumandole con spezie in polvere (cannella, salvia, basilico, rosmarino, cacao) o gocce di olio essenziale.
Invece, per pulire il sederino dei neonati in caso di pupù, ho sperimentato con successo la pappetta fatta con amido di riso sbriciolato e acqua: lenitivo e soprattutto senza profumi e tensioattivi. Ottimo ovviamente anche per il bagnetto!
Per correttezza, c'è da dire che in realtà le farine non “lavano”, ma piuttosto “puliscono”.
La pappetta di farina o di amido sfregata sulla pelle, adsorbe ed emulsiona via lo sporco, rimuovendolo meccanicamente, in modo delicato e certamente meno “invasivo” del tensioattivo. Analogamente, i grassi contenuti nell'olio o nel latte si miscelano con quelli contenuti sul viso e sul make-up, che potranno così essere più facilmente rimossi. In pratica è l'antica tecnica di pulizia e igiene, quando non esisteva l'industria dei tensioattivi si combatteva lo sporco con una cosa analoga es. il grasso con il grasso (metodo omeotropico).
Il sapone invece lava e deterge, eliminando “brutalmente” tutto ciò che incontra sul viso o sul corpo (grassi esogeni ed endogeni) con il meccanismo che ho già descritto qui, esattamente come si lava un piatto o il pavimento (metodo allotropico: qualcosa che va contro il male da combattere, il contrario dell'omeotropico).
Per approfondire ci sono moltissimi post sul forum Biodizionario: cosmetici e prodotti biodegradabili.

Mamma Chimica è Sara Alberghini, futura abitante dell'Ecovillaggio Solare di Alcatraz, mamma ed esperta di chimica
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Torna Mamma Chimica! Per i nuovi iscritti che non la conoscono questa rubrica è gestita da Sara Alberghini, prossima abitante dell'Ecovillaggio Solare, mamma di Emiliano e Claudia, e laureata in Chimica. Da queste pagine è nato il blog www.mammachimica.it che contiene molti interessanti articoli, scritti bene, chiari, e alla portata di tutti. Non parliamo di chimica industriale ma di chimica di tutti i giorni. Buona lettura!
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Diversamente dal passato ci sono molti materiali con cui vengono contenuti e commercializzati beni come alimenti, cosmetici, detersivi.
Non più solo carta, vetro e tessuto, ma anche plastica, tetrapak, alluminio.
È chiaro che non avranno tutti lo stesso impatto sull'ambiente, sia quando viene effettuata la loro produzione, sia quando verranno gettati una volta finito il contenuto.
La carta è certamente biodegradabile e riciclabile, ma dovremmo anche sapere da quali alberi proviene e con cosa viene sbiancata. Il vetro può essere riciclato all'infinito, mentre la plastica no, ma rimettere in circolo il vetro richiede un'enorme quantità di energia. Il tetrapak è sicuramente comodo e ottimo per la protezione dell'alimento e del suo trasporto ma il suo riciclo è complicato: bisogna separare 3 materiali diversi che lo costituiscono (carta, plastica e alluminio) e di certo questa è una procedura piuttosto complicata e probabilmente dalle rese non altissime.
Insomma, per decidere con esattezza quale sia il materiale più “green” quando si acquista un prodotto bisognerebbe conoscere il suo LCA (Life Cycle Assessment) ovvero l'analisi dell'intero ciclo di vita dell'oggetto (“dalla culla alla tomba”).
L'LCA è un metodo oggettivo di valutazione e quantificazione di un prodotto, di un'attività o di un processo, che tiene conto dell'energia consumata per crearlo, delle sostanze immesse nell'ambiente, la CO2 prodotta, gli scarti di lavorazione, il consumo di acqua, ecc. Il tutto a partire dall'acquisizione delle materie prime fino a fine vita. Il calcolo fornisce dati scientifici interessanti ma è piuttosto costoso e complesso (utilizzato per esempio per assegnare il marchio Ecolabel).
Certamente prediligere prodotti senza troppi imballaggi superflui sarebbe già un buon inizio.
Quante volte la crema è contenuta in un vasetto all'interno della scatola, o la frutta è su vassoi avvolti dalla plastica, o le uova sono nella confezione di plastica avvolta dalla carta?
Potremmo anche optare per alimenti o detersivi “alla spina”, cioè sfusi, in pratica come una volta.
Questa operazione garantirebbe ad esempio un risparmio effettivo di plastica e di trasporto, ma soltanto se riutilizziamo lo stesso flacone per almeno 5-6 volte, altrimenti il calcolo LCA porterà ad un bilancio energetico sfavorevole.
Però non troveremo bagnoschiuma o creme alla spina (fortunatamente!).
I cosmetici non possono essere venduti sfusi, per ovvi motivi di igiene. Infatti, l'articolo n.10 delle Norme per l'attuazione delle direttive della CEE sulla produzione e vendita dei cosmetici dice: “La produzione ed il confezionamento dei prodotti cosmetici devono essere effettuati in officine con locali ed attrezzature igienicamente idonei allo scopo e sotto la direzione tecnica di un laureato in chimica, in chimica industriale, in chimica e farmacia, in chimica e tecnologia farmaceutica, in ingegneria chimica, in farmacia, in scienze biologiche, iscritto al relativo albo professionale o in possesso del titolo di equivalente disciplina universitaria di un paese della Comunità economica europea, con cui viga regime di reciprocità”.
Comunque, anche con tutte le buone intenzioni, spesso siamo costretti a comprare prodotti con molti imballaggi... Non c'è sempre la possibilità di fare la spesa al mercato, ma spesso dobbiamo andare nei grandi centri commerciali, oppure è difficile trovare nelle vicinanze rivenditori di prodotti alla spina e si sa il tempo è quello che è! Speriamo almeno di smaltirli nel modo corretto...
A me dispiace così tanto buttare i flaconi dei saponi o creme! Alcuni riesco a riciclarli, utilizzandoli per esempio per i detersivi fai-da-me da regalare ad amici e parenti, ma certo non tutti i contenitori!
La plastica è un materiale di sintesi così affascinante, tanti piccole molecole unite insieme a formare un polimero, un reticolato dalle caratteristiche tecniche e proprietà fisiche diversissime a seconda della molecola da cui si è partiti.
Certo, affascinante dal punto di vista squisitamente chimico!
La plastica deriva dal petrolio e non è biodegradabile (*), ma non si può certo negare che qualche vantaggio lo ha portato alla nostra vita! Penso agli oggetti usa e getta sterili in campo medico, ma anche alla sua leggerezza, utile per diminuire i costi e la fatica del trasporto.
Nel 1963 prese il Nobel per la chimica un italiano, Giulio Natta, proprio per aver messo a punto dei catalizzatori per creare il polipropilene, conosciuto anche con il nome commerciale di Moplen, insomma c'è un “pezzettino” di Nobel nostrano anche in molti oggetti di uso molto comune!
Sicuramente il discorso è diverso se devo scegliere personalmente il materiale con cui avvolgere gli alimenti per congelarli o conservarli in frigorifero. Oltre a tenere presente l'impatto ambientale, mi preoccupa anche che il non rilascino sostanze indesiderate al cibo. In questo caso per me è imbattibile il vetro: non altera le caratteristiche organolettiche degli alimenti, non assorbe gli odori e le sostanze sia dell'alimento contenuto che del detersivo con cui lo laverò e poi posso riutilizzare un sacco di contenitori di prodotti precedentemente acquistati. Anche i biberon dei bimbi li ho in vetro, ma è chiaro che quando sono in giro uso quelli di plastica, per ovvi motivi di sicurezza. Certamente anche per la merenda a scuola di Emiliano sceglierò un pratico contenitore di plastica!
Le plastiche però sono moltissime e non tutte uguali. Sui contenitori è indicato un numero, da 1 a 7, all'interno di un triangolino che indica il tipo di polimero utilizzato. Siamo nel campo della così detta “chimica del carbonio”, perché in pratica sono lunghissime catene di atomi di carbonio. Non sono compresi i siliconi che sono invece l'espressione della chimica del silicio.
Per es. il n.1 indica il PET: polietilenetereftalato, di cui sono fatte per esempio le bottiglie d'acqua e le bevande analcoliche in genere. Ma anche molti contenitori per alimenti.
Il n.2 e il n.4 indica il PE: polietilene, rispettivamente ad alta (densità HDPE) e a bassa densità (LPDE), a seconda del processo di polimerizzazione con cui è stato prodotto e che porterà a caratteristiche meccaniche e termiche diverse (resistenza agli urti, calore, agenti chimici, ecc.). Viene usato per fare i sacchetti per congelare, i contenitori e flaconi per alimenti o cosmetici. E il polimero più semplice.
Il n.5 è il PP: polipropilene, la plastica inventata dall'italiano, usata anch'essa per alimenti, per i flaconi dei detergenti ma anche per creare oggetti per uso alimentare come piattini e posatine per bambini.
Il n.6 è invece il PS: polistirene o anche polistirolo, di solito di questo materiale sono i piatti e bicchieri usa e getta (detti erroneamente di carta) ma se è nella forma espansa è proprio lui, quello bianco a piccole palline che da piccoli usavamo per fare la neve, con disappunto di mamma...
Con il n.3 è indicato il PVC: cloruro di polivinile, utilizzato per creare giocattoli, contenitori, tubi. Sono molto noti gli infissi e serramenti in questo materiale, sicuramente ottimi ed efficienti. Ma questa plastica è molto contestata sia perché il monomero da cui deriva, cioè la molecola base che viene ripetuta per creare il polimero, è il cloruro di vinile, un noto cancerogeno, diventato tristemente famoso dopo l'incidente al petrolchimico di Porto Marghera. Ma anche perché, per rendere il PVC più morbido, flessibile e facilmente lavorabile, viene addizionato con ftalati e anche queste sono sostanze piuttosto discusse per la loro nocività.
Gli ftalati sono esteri dell'acido ftalico, ce ne sono di vari tipi, indicati con sigle come DHEP: ftalato di bis(2-etilesile), DINP: ftalato di diisononile. Sono “agenti plastificanti”, molto usati nella produzione della plastica perché se integrati al polimero ne migliorano la flessibilità e quindi modellabilità del prodotto da creare.
Nel luglio 2012 è stato diramato un opuscolo del Ministero della Salute “Attenzione agli ftalati: difendiamo i nostri bambini” perché purtroppo circolano sui mercati europei molti giocattoli in plastica morbida come bambole, maschere di carnevale, giochi per il bagnetto, ciambelle, braccioli. Ma anche articoli per la scuola come gomme per cancellare, zainetti. Spesso sono oggetti di origine cinese e contengono concentrazioni molto elevate di ftalati. Queste molecole sono ormai riconosciute come sostanze tossiche per la riproduzione e assoggettate a restrizione europea. Il loro utilizzo non è consentito a concentrazioni superiori allo 0,1% (p/p) né nei giocattoli, né negli articoli destinati all'infanzia.
Il motivo della restrizione è chiarissimo: c'è il pericolo di una grande esposizione a queste sostanze derivata dal fatto che i bimbi possono masticare o succhiare per molto tempo i giocattoli! 
La presenza di giocattoli non conformi e il ritiro dal commercio viene segnalato dal 2005 dal Rapex (European Rapid Alert System for non-food products), il sistema europeo di allerta rapida per i prodotti di consumo pericolosi, che rappresentano cioè un grave rischio per la salute e sicurezza dei consumatori, ad eccezione di alimenti, farmaci o presidi medici (**).
Infine, con il n.7 nel triangolino, siamo in presenza di “altri materiali”, quindi tutte le altre plastiche o di un poliaccoppiato plastico, cioè più tipi di polimeri assieme o accoppiate ad altri materiali.
E qui non siamo in grado di sapere con che cosa sono stati fatti questi oggetti, potrebbero contenere ftalati ma anche il BPA.
Il BPA (bisfenolo-A) è una molecola utilizzata per realizzare un tipo di policarbonato (PC), una plastica rigida e trasparente, che consente di renderlo più resistente, infrangibile e quindi adatto a tutta una serie di oggetti che devono rompersi con difficoltà: giocattoli, bottiglie, biberon, lenti di occhiali, caschi. Il problema è che il BPA ha potenziali effetti tossicologici, in particolare sul sistema endocrino, riproduttivo, ma anche immunitario e neurologico.
Questi effetti possono avere un impatto più forte in un organismo in fase di sviluppo. E infatti nel gennaio del 2011 la Commissione Europea ha adottato una direttiva (2011/8/UE) che proibisce l'impiego del BPA per la produzione di biberon per l'infanzia in policarbonato. Gli studi in merito hanno evidenziato che il BPA può migrare in piccola quantità nei cibi e nelle bevande conservate in materiali che lo contengono.
Però l'uso del BPA è autorizzato in materiali e oggetti destinati a venire a contatto con prodotti alimentari dal regolamento 10/2011/UE...
Insomma, se devo scegliere il contenitore di plastica certamente le mie preferenze saranno per il PP e l'HDPE, che per loro natura non contengono ftalati o BPA, quindi se posso evito il simbolo con il n.3 e con il n.7 (anche se l'indicazione “per alimenti” dovrebbe farci stare tranquilli).
Ultimamente ho anche scoperto una cosa piuttosto interessante, di cui proprio non ne sapevo nulla e che mi farà definitivamente abbandonare l'uso dell'alluminio.
Nella lavorazione per creare i famosi rotoli, vengono utilizzate delle sostanze “scivolanti”, di varia natura, a seconda del tipo di tecnologia usata dalla ditta. Alcuni usano la paraffina (***). Certamente la quantità che potrà eventualmente trasferirsi all'alimento sarà minima, ma possibile che ste' paraffine ce le dobbiamo ritrovare dappertutto? Inoltre bisogna considerare che il tempo di contatto e la temperatura possono aumentare la cessione...
La carta da forno invece, per non far aderire i cibi, è ricoperta da polimeri, non da petrolio “spalmato”. Di solito si tratta di polimeri pesanti difficilmente trasferibili all'alimento e comunque inerti. Quindi è certamente non biodegradabile ma potrebbe essere un buon materiale per avvolgere i cibi da congelare.

Proprio per risolvere il problema della biodegradabilità, stanno prendendo sempre più piede le bio-plastiche, ovvero polimeri biodegradabili, perché derivanti da zuccheri e quindi degradati in tempi rapidi nell'ambiente come fossero una pianta.
Non dimentichiamo che la natura i polimeri li sa fare eccome!
Per esempio la cellulosa, l'amido o il caucciù (la gomma naturale appunto), quindi bisogna solo...“copiarla”.
Il cellophane è noto già dalla prima metà del diciannovesimo secolo ed è un tipo di cellulosa rigenerata, ma il prezzo elevato e le minori prestazioni rispetto ai polimeri petroliferi ne ha ridotto l'uso.
Adesso la sfida e l'obiettivo della ricerca è ottenere bioplastiche con caratteristiche tecniche e commerciali paragonabili alla plastica convenzionale. C'è un interessante articolo su questo argomento su Chimicare: “Le nuove frontiere applicative delle bioplastiche: dalla nostra tavola al risanamento dell'ambiente”.
Nell'articolo si parla ad esempio del Mater-Bi, la bio plastica più nota e diffusa, usata per i sacchetti dell'umido, ma lo sono anche i mattoncini colorati di un bellissimo gioco per bambini, tipo costruzioni.
In realtà esistono molti biopolimeri simili al Mater-Bi, con altri nomi commerciali, derivanti sempre da amido soprattutto di mais, ma anche patata o riso.
Questo tipo di bioplastiche hanno caratteristiche meccaniche che si avvicinano al PE ma sono sensibili a degradazione termica e tendono ad assorbire umidità (ovviamente l’amido interagisce con l’acqua...).
Inoltre resistono poco ai solventi ed agli oli.
Per diminuire questo problema vengono miscelati ad altri biopolimeri come quelli derivati dall’Acido Polilattico (PLA). Questo poliestere è sempre a base di mais, il cui amido viene scisso nei suoi monomeri costituenti (glucosio) e poi fatto fermentare in acido lattico. Il biopolimero PLA ha una buona resistenza a grassi ed olii e lo possiamo paragonare al PET per quanto riguarda la trasparenza e rigidità, però degrada velocemente sopra i 60 °C e con umidità elevata. Questo creerebbe problemi anche per l'immagazzinamento dei prodotti. Per questo viene attualmente usato per l’imballaggio di cibi a temperatura ambiente.
Atri biopolimeri presenti sul mercato sono i poli-Idrossialcanoati (PHA), prodotti sempre tramite processi di fermentazione batterica a partire da zuccheri o lipidi.
Molti gruppi di ricerca studiano il modo di creare biopolimeri da particolari rifiuti, magari particolarmente dannosi per l’ambiente. Per esempio la produzione di PHA a partire dagli scarti che si formano durante la produzione dell’olio di palma. Questo tipo di refluo ha un elevato carico organico che non può essere disperso nell’ambiente tal quale ma necessita di accurati e onerosi trattamenti.
L'utilizzo di rifiuti porterebbe anche altri vantaggi: produzione dei biopolimeri in loco, cioè all’interno dell’impianto di smaltimento e/o depurazione (abbattendo così i costi di trasporto e di produzione di CO2) e non ci sarebbe concorrenza con le materie prime utilizzate come fonte di cibo (mais e altre colture alimentari).
Esiste anche il biopolietilene, un ibrido tra biopolimeri e plastiche classiche: è prodotto da fonti rinnovabili quale l’etanolo e ha le stesse proprietà fisico chimiche del polietilene di origine petrolifera, compresa però anche la sua non biodegradabilità...
Ho trovato anche delle interessanti informazioni sui polimeri dell'Acido Succinico.
Pare che in questo campo l'Italia sia la prima per la distribuzione e lo sviluppo nel mercato europeo di questa nuova famiglia di polimeri utilizzati per la sintesi di bioplastiche. In provincia di Alessandria c'è il più grande impianto al mondo per la produzione di acido succinico da risorse rinnovabili (da biofermentazione).
Staremo a vedere!

NOTE
(*) Anche se a volte su qualche busta o contenitore scrivono per es. polietilene “biodegradabile”, questo non è totalmente vero. Cioè, vengono addizionati ai polimeri sintetici speciali sostanze (additivi) che non alterino le loro qualità commerciali e li rendano “più disintegrabili” ma non biodegradabili. La ricerca è molto impegnata in questo, ma comunque la loro decomposizione in natura richiede ancora moltissimo tempo! E poi l'aggiunta di altre sostanze al polimero potrebbe invece compromettere il suo riciclo, insomma il problema non è ancora risolto.
(**) Non vi fate ingannare dal nome del PET (polietilenetereftalato), a lui non sono addizionati ftalati, ma “parte” dalla molecola di acido tereftalico che è tutta un'altra cosa. Non ci sono dati in merito al rilascio di sostanze da parte del PET  all'acqua in bottiglia, quindi nessun allarmismo inutile, per carità!
Che poi sia meglio limitare l'uso di acqua in bottiglie di plastica e preferire quella del sindaco, non ci sono dubbi!
(***) La paraffina è quella che spesso ci capita di trovare anche nei cosmetici. Vi ricordo che il petrolatum è riconosciuto dalla Direttiva delle Sostanze Pericolose (67/548/CEE) come sostanza CMR2, ovvero non ha una diretta causalità nella formazione del cancro, come può essere ad esempio la formaldeide o l'amianto, ma è fortemente sospettata.

PER APPROFONDIRE ECCO LE FONTI:
BioDizionario: Cosmetici e prodotti Biodegradabili - www.chimicare.org - Rapex

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Anche questa settimana cediamo la parola alla nostra Sara con la sua rubrica Mamma Chimica. Si parla di coppette mestruali in silicone. Buona lettura.

Lo so, i maschietti staranno pensando che questo articolo non è di loro utilità, ma sbagliano!
E' vero che “tecnicamente” non sono informazioni di interesse personale, ma quest'oggetto contribuisce ad inquinare meno l'ambiente, e in quello ci siamo tutti! 
Così come per i pannolini dei bambini, l'impatto ambientale, in termini di rifiuti, è molto elevato quando si utilizzano gli assorbenti “usa e getta”. Ma qui c'è “l'aggravante” che, mentre i bimbi attorno ai 3 anni o anche prima, cominciano a usare il vasino, una donna ha il ciclo tutti i mesi per moltissimi anni!
Un'alternativa sono gli assorbenti in fibre biodegradabili, che comunque vanno sempre buttati. Oppure quelli lavabili, che però richiedono appunto un lavaggio ad alte temperature,  con conseguente consumo di acqua, detersivo ed energia elettrica.
La coppetta mestruale invece sostituisce egregiamente gli assorbenti (interni ed esterni), richiede davvero una minima manutenzione ed è praticamente eterna!
E' infatti una specie di piccolo bicchierino in silicone con un gambo, da tagliare quando si è presa dimestichezza con la cosa.
Il silicone, così pessimo nelle creme e nei balsami, in questo caso diventa un alleato formidabile: la sua totale non-biodegradabilità è il suo punto di forza, proprio perché la coppetta può essere usata per anni, senza modificarsi e rovinarsi.
Con questo dispositivo si riducono i rifiuti e si risparmia anche del denaro, volete mettere la soddisfazione?
Si può acquistare sul web, nei negozi bio e in alcune farmacie più “all'avanguardia”. Ce ne sono di moltissime marche, di tutti i colori e di taglie diverse, che tengono conto dell'età della donna e degli eventuali parti naturali che ha avuto.
Adesso non entrerò in dettagli circa il suo posizionamento, credo che sia chiaro a tutti “dove” si mette... Inoltre quando si acquista è corredata di tutte le informazioni necessarie.
Volevo solo sottolineare il fatto che il suo utilizzo non è laborioso: necessita solo di una lavatina, tra uno svuotamento ed un altro (ogni 4-8 ore), con sola acqua potabile o anche un po' di detergente delicato (es. quello intimo, se non vi irrita lì, non potrà irritarvi lei lavata con quello...).
Basterà dargli una sterilizzatina in acqua bollente a fine ciclo ed è pronta per il prossimo (ho un pentolino che uso solo per bollire lei è vado tranquilla).
La mia ginecologa, alla quale a suo tempo avevo comunque richiesto qualche informazione in merito, mi rassicurava sul fatto che in realtà, in assenza di infezioni in corso, quella “zona lì” non è che pulluli di batteri terrificanti. Ma magari sono “fuori”, quindi, oltre alla manutenzione della coppetta, c'è bisogno dell'ovvia accortezze di lavarsi le mani prima di utilizzarla (come del resto si deve fare pure con gli altri assorbenti tradizionali!).
Inoltre su internet ci sono miriadi di informazioni e forum sull'argomento.
La cosa buffa è che nel mio caso la pigrizia me l'ha fatta utilizzare da poco tempo.
E già, perché all'inizio non riuscivo a trovarla nei negozi, oppure mi dimenticavo di fare l'ordine sul web e i cicli passavano.
Poi aspettavo Emiliano e dunque non me ne sono ricordata per un po'.
Nel frattempo mi leggevo forsennatamente tutte le info e faq delle ragazze che la utilizzavano: come fare se “perde”, i trucchi per inserirla al meglio, quando tagliare il gambo e perché, cosa fare se si è in paese senza acqua potabile, ecc.
La maggior parte di loro era entusiasta della libertà che aveva raggiunto, quasi un'ulteriore emancipazione. Si può usare quando si fa sport, al mare e durante la notte. 
Insomma dovevo averla e provarla!
Alla fine l'ho comprata, non ho avuto problemi nell'inserimento, non si sente, non dà fastidio, è fichissima!
Mannaggia a me che ho aspettato tutto sto' tempo!
Ve la stra-consiglio.
Ma c'è da dire che è necessario avere un minimo di “buon rapporto” con il proprio corpo.  Ho amiche con figli (nati con parto naturale senza anestesia) che hanno paura anche a mettere gli assorbenti interni...
E comunque nel nostro paese sembra che per tutto ciò che riguarda la sfera intima o sessuale sia sempre meglio non approfondire.
E poi certamente è un problema culturale. Ho lavorato tanti anni come istruttrice di nuoto e mi sono capitate spesso ragazze che non venivano a lezione perché “erano in quei giorni”, o perché la mamma consigliava di non lavarsi in quel periodo (accidenti! a me sembra di averne più bisogno!).
Sembra assurdo vero? Mica insegnavo nuoto nel medioevo!
Cercavo di fargli capire che l'acqua non poteva essere una controindicazione: non mi sembra che ci siano casi di donne ammalate perché si sono bagnate durante il ciclo! E poi come pensavano che facessero tutte le atlete di nuoto o altri sport acquatici? Saltavano le Olimpiadi o altre gare importanti per una cosa così assolutamente naturale?  E noi istruttrici stesse, se rimanevamo a casa, regolarmente, qualche giorno, tutti i mesi non ci avrebbero più assunte...
Per non parlare dell'informazione: personalmente non ho mai sentito parlare di questo oggetto in TV note o radio. Ma in effetti non ci sono nemmeno pubblicità di questa coppetta, o almeno non devono essere così frequenti, non ne ho proprio mai viste.
Buona coppetta a tutte!!!!

Per approfondire vi consiglio il post “Tutto sulla Mooncup”, anche se è su di una marca in particolare le informazioni sono valide per tutte le coppette.

http://www.mammachimica.it

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Attualmente le tinte per capelli, le creme depilatorie e gli smalti non hanno ancora trovato un sostituto nella cosmesi così detta eco-bio.
Il problema è che proprio non si riesce a farli con le stesse prestazioni.
Per gli smalti in effetti la vedo dura, per rimanere belli, brillanti e adesivi all'unghia parecchio tempo devono essere come una vera e propria vernice. E il pericolo maggiore degli smalti tradizionali è la loro applicazione, proprio perché sono pieni di solventi e respirarli non è davvero una cosa salutare!
Possono contenere ethyl acetate, nitrocellulose, acetone. Vi ricordo che tutti i solventi sono neurotossici per inalazione (dannosi cioè per le cellule del sistema nervoso) quindi per non trovarvi in una specie di camera a gas, aprite bene le finestre quando li stendete sulle unghie!
E pensare che una volta nell'Inci dello smalto era possibile anche trovare il toluene come solvente e la formaldeide (cancerogeno di classe 1) come indurente dello smalto stesso! Insomma, terrificanti...
Ultimamente si trovano in commercio gli smalti “ad acqua”, come le vernici ad acqua appunto. Spesso sono di marche americane e reperibili in UK (o siti UK). In effetti i solventi all'interno sono diminuiti e contengono invece delle resine come styrene acrylates copolymer, acrylate polymer emulsion. E' certamente una miglioria, ma le resine stireniche non possono certo essere considerate eco-bio!
Oppure, c'è in vendita uno smalto che si appiccica all'unghia, come una pellicola, e poi si lima per stenderlo bene attorno ai bordi. In generale non so se tappare l'unghia con lo smalto per lunghi periodi di tempo sia proprio una bella idea, ma almeno con questo smalto “in foglietti”, a differenza di quello liquido, si evita di respirare schifezze.

Le creme depilatorie per essere tali devono sciogliere la cheratina del pelo, quindi non potranno contenere acqua fresca! Spesso sono anche piene di molte sostanze allergizzanti e comunque questo prodotto è facilmente sostituibile con altri metodi di depilazione, non credo che le aziende sensibili all'eco-bio stiano impazzendo per un surrogato.

Per quanto riguarda le tinte per capelli, bisogna ammettere che poche donne ci rinunciano.
Ma quelle tradizionali sono forse la cosa più inquinante, nociva e allergizzante tra i cosmetici in commercio. Contengono ammoniaca, paradicloro benzene, pentilendiammina, naftolo, resorcina, insomma tutte molecoline belle tossiche! Inoltre non potete nemmeno fidarvi del fatto che molte non hanno più al loro interno l'ammoniaca, perché magari c'è qualcosa di peggiore, ma senza odore oppure è mascherato da molto profumo (tanto per aumentare il potere allergizzante...).
E infatti le tinte chimiche tradizionali sarebbero vietate in gravidanza....
Purtroppo non esistono coloranti “green” veramente efficaci perché è difficile ottenerli ricorrendo soltanto alle sostanze naturali.
L'unica cosa totalmente vegetale per tingere la capigliatura è l'hennè.
Di solito con questo nome si indicano anche altre piante tintorie. L'hennè vero e proprio è quello “rosso” che deriva dalla pianta Lawsonia inermis, mentre quello usualmente chiamato hennè “nero” è l'indigo, che deriva dalle foglie di Indigofera tinctoria. In realtà l'hennè è più un riflessante che una tinta vera e propria. Infatti, non potete scegliere di che colore far diventare la vostra capigliatura perché, a differenza della tinta tradizionale, non altera irreversibilmente il colore naturale del capello sottostante. Le tinte “chimiche” sfibrano il capello perché lo “aprono”, con l'ambiente fortemente alcalino, per “metterci dentro” il colore e poi lo “richiudono”, a lungo andare questa pratica non lascerà i capelli senza qualche acciacco! Invece i pigmenti colorati vegetali si legano alla cheratina, rendendo il fusto più spesso.
Semplificando molto, l'effetto di colore dell'hennè sul capello può essere paragonato a quello di una velina o pellicola colorata. Quindi se la velina è rossa e il capello è biondo otterremo il color rame, mentre se il capello sottostante è castano avrò solo dei riflessi rossi. Se tra i capelli ce ne sono alcuni bianchi, questi diverranno rossi, in pratica si otterranno delle mèches.
Quindi, per coprire i capelli bianchi, non basterà tingersi solo con l'hennè rosso ma bisognerà poi fare un'ulteriore tinta con una pianta tintoria più scura, esempio l'indigo.  Vale sempre il discorso della carta velina, cioè il colore risultante è dato dalla sovrapposizione dei due hennè. Esistono anche miscele di erbe tintorie che daranno riflessi diversi.
La cosa a cui si deve fare attenzione quando si acquista l'hennè è che sia puro e quindi nell'Inci non compaiano altre sostanze, come metalli, la ppd (para-fenilendiammina) o il picramato di sodio, un colorante rosso sintetico, dannoso per la pelle, che di solito aggiungono in hennè di scarsa qualità, tanto sarà lui a colorare...
Solitamente non scrivo mai di quello che non ho sperimentato in prima persona, ma in questo caso farò un'eccezione, perché credo sia utile mettere “in guardia” dalle problematiche delle tinte tradizionali e trovare invece un buon sostituto.
Il fatto è che non mi sono mai tinta i capelli, anche adesso che cominciano a diventare bianchi. (Me li tengo! Non mi passa nemmeno per l'anticamera del cervello l'idea diventare schiava della ricrescita! Tanto si è giovani dentro...).
Perciò, per descrivervi il processo di tintura naturale, vi rimando a questo post: “Una (non tanto) breve guida (un po' mistica) all'indigo”.
E' stato scritto con precisione e minuzia da una ragazza appassionata di cosmesi eco-bio, ma basata su fondamenti scientifici, che ringrazio molto per avere condiviso la sua esperienza. Troverete anche molte informazioni interessanti sulla pianta e sulla molecola di indigo. Inoltre, descrive i vantaggi che potrete ottenere usando l'hennè, per esempio riequilibrare il sebo e la forfora e il fatto che i capelli risultino più voluminosi e protetti. Insomma, viene proprio voglia di provarlo!
Se in futuro dovessi cambiare idea sul tingere i capelli, certamente inizierei consultando quel post.
Mi raccomando, non fatevi spaventare dalla lunghezza e laboriosità del procedimento. Attualmente è l'unica alternativa alle tinte tradizionali e, come sempre, i metodi eco-bio non possono essere a “costo zero”, ci vuole pazienza!
Certamente con l'hennè non è possibile schiarire i capelli.
Se volete dare una schiarita alla chioma in modo sano e naturale, la dott.ssa Riccarda Serri, dermatologa, suggerisce di distribuire bene sui capelli un infuso di camomilla piuttosto concentrato (2-3 bustine in infusione per mezz'ora) e poi di farli asciugare obbligatoriamente al sole. La reazione fotochimica tra camomilla e sole sarà l'artefice del biondo naturale! (dal blog di Io donna).

Per approfondire ecco le fonti:
Biodizionario: Cosmetici e prodotti biodegradabili http://forum.promiseland.it/viewforum.php?f=2
Saicosatispalmi forum, i cosmetici l'ambiente e tutto il resto http://forum.saicosatispalmi.org/

www.mammachimica.it

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