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MAMME ZEN (5)

La rubrica Mamme Zen è a cura di Federica Morrone, giornalista, scrittrice, mamma... Buona lettura!

Caro Sindaco medico in bicicletta che ho votato con slancio e gioia verso un cambiamento indispensabile. Stupendo credere di poter uscire finalmente dal buio baratro in cui la nostra città era precipitata con un’amministrazione nera nera.
Lei, marziano a Roma, vedeva conclamare l’elezione mentre io tra il 10 e l’11 giugno cercavo di spiegare al personale del Policlinico che ero in travaglio, che una donna può avere monitoraggio piatto, restare calma e silenziosa, ma essere in procinto di partorire. Sono servite 21 ore di mia ostinata determinazione a non muovermi dall’ospedale mentre mi si chiedeva di andare via, per far scoprire ai medici che la macchina a cui mi avevano attaccato era rotta, a quel punto mille scuse, cesareo di urgenza, complicati postumi post operatori risolti nel giro di un mese.
Lei stava festeggiando non poteva intervenire e ovviamente non aveva alcuna responsabilità sul degrado della sanità pubblica. Ma ora sono trascorsi nove mesi (giusto il tempo di una gestazione) e in tutta sincerità non vedo alcun volto nuovo di questa città… neanche un lieve sguardo.
Possibile che anche una domenica a villa Borghese diventi un’esperienza rischiosa? Dopo aver attraversato in bicicletta i pericoli della città, credevo che finalmente in un parco i bambini potessero sentirsi protetti. Invece no. Le insidie si moltiplicano. Macchine che misteriosamente circolano anche lì, Risho, Biga Bike, Go-Kart a pedali, veicoli di ogni genere che hanno come comune denominatore la difficoltà di frenare.
Tutto legittimo? Siamo sicuri? No, sicuri proprio no…
Mia figlia undicenne è stata travolta da signora americana su Biga (siamo in pieno Impero), lei passeggiava in bicicletta e ha avuto la prontezza di cadere bene, altrimenti non sarei qui a scrivere. La signora è stata onesta e disponibile, i carabinieri subito apparsi senza essere stati chiamati gentili, l’affittuario del mezzo invece ha negato fosse suo. La preoccupazione per la salute di mia figlia mi ha fatto soprassedere, comunque un controllo sull’affidabilità e magari anche fiscale su questi Signori Rent perché non lo facciamo?
Possibile che il traffico di villa Borghese sia tutto autorizzato? Se eliminassimo il superfluo pericoloso? Se tornassimo a quei bei pic-nic della domenica sul prato dove al massimo si rischiava una scottatura sulla fronte e non certo un incidente. O siamo vittime anche della lobby delle bighe che ci privano del piacere della vecchia bicicletta?
E fin qui mi sono rivolta al caro sindaco ciclista.
Ora parlo al medico.
Si può definire Paese Civile quello in cui un bambino con codice verde per ricevere una visita e una radiografia trascorre al Pronto Soccorso del Bambin Gesù 5 ore (da cartella clinica: 18.38 – 23.18)? Cuccioli di pochi giorni, un anno, due, quasi adolescenti, tutti insieme in una stanza soffocante, tra febbri alte, tossi, ossa rotte, pianti disperati, poppate, flebo, ambulanze in arrivo che ti fanno raccogliere in preghiera.
Possibile che non si trovino soldi per avere del personale in più? Almeno due radiologi, per esempio, e non uno soltanto che deve correre da Radio a Tac senza sosta.
La Grande Bellezza di questa città non la vedo in feste inutili, in residui annoiati di una dolce vita che non c’è mai stata; ma nell’attenzione, nelle cure, nella costruzione di una Roma prima di tutto a misura dei più deboli.
Caro Sindaco medico ciclista essere umano, abitiamo una città egoista, sporca, la nettezza urbana ti fa ostaggio con Equitalia e poi le strade annegano nell’immondizia.
Abito un centro dove non esiste più la tutela delle categorie merceologiche (eppure lo so che le leggi ci sono, chi deve farle rispettare?), dove con cadenza settimanale ormai assisto alla chiusura di un negozio storico per vederne sorgere uno nuovo con infissi di alluminio che vende gli ennesimi gadget per turisti.
Immagino Lei sappia che le serrande non si abbassano solo per la crisi, ma perché anche qui è arrivato il racket, forme diverse di mafie si sono date appuntamento tra piazza Navona e Campo de’ Fiori, chiedono il pizzo e aprono i loro negozi. Monopolizzano insomma.
Coraggio caro Sindaco. Qui c’è bisogno di coraggio.
E di passione, determinazione, atti decisi e non decisioni a metà.
Vuole le domeniche ecologiche. Bene! Ma che lo siano veramente e non trafficate quanto le altre. Permessi speciali, auto blu, teppisti, sfrecciano più veloci che mai. Chiuda, chiuda completamente, qualcuno strillerà, del resto è impossibile accontentare tutti. Ma vedrà che lentamente le persone cominceranno ad apprezzare il piacere di passeggiare tra le meraviglie di questa città dimenticata. Regaliamo il piacere del bello, facciamolo scoprire a chi non ne conosce l’esistenza.
Caro Sindaco del più grande museo all’aperto del mondo, si svegli! È tempo di agire. Renda accessibile questo museo, lo riempia di fiori, li faccia crescere in un’aria più respirabile sotto ogni punto di vista.
Noi elettori siamo come bambini stanchi di genitori assenti che regalano soltanto promesse ma persistono nel non esserci mai.

Federica Morrone

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Un bambino risponde “grazie” perché ha sentito che è il tuo modo di replicare a una gentilezza, non perché gli insegni a dirlo.
Un bambino si muove sicuro nello spazio quando è consapevole che tu non lo trattieni, ma che sei lì nel caso lui abbia bisogno di te.
Un bambino quando si fa male piange molto di più se percepisce la tua paura.
Un bambino è un essere pensante, pieno di dignità, di orgoglio, di desiderio di autonomia, non sostituirti a lui, ricorda che la sua implicita richiesta è “aiutami a fare da solo”.
Quando un bambino cade correndo e tu gli avevi appena detto di muoversi piano su quel terreno scivoloso, ha comunque bisogno di essere abbracciato e rassicurato; punirlo è un gesto crudele, purtroppo sono molte le madri che infieriscono in quei momenti. Avrai modo più tardi di spiegargli l’importanza del darti ascolto, soprattutto in situazioni che possono diventare pericolose. Lui capirà.
Un bambino non apre un libro perché riceve un’imposizione (quello è il modo più efficace per fargli detestare la lettura), ma perché è spinto dalla curiosità di capire cosa ci sia di tanto meraviglioso nell’oggetto che voi tenete sempre in mano con quell’aria soddisfatta.
Un bambino crede nelle fate se ci credi anche tu.
Un bambino ha fiducia nell’amore quando cresce in un esempio di amore, anche se la coppia con cui vive non è quella dei suoi genitori. L’ipocrisia dello stare insieme per i figli alleva esseri umani terrorizzati dai sentimenti.
“Non sono nervosa, sei tu che mi rendi così” è una frase da non dire mai.
Un bambino sempre attivo è nella maggior parte dei casi un bambino pieno di energia che deve trovare uno sfogo, non è un paziente da curare con dei farmaci; provate a portarlo il più possibile nella natura.
Un bambino troppo pulito non è un bambino felice. La terra, il fango, la sabbia, le pozzanghere, gli animali, la neve, sono tutti elementi con cui lui vuole e deve entrare in contatto.
Un bambino che si veste da solo abbinando il rosso, l’azzurro e il giallo, non è malvestito ma è un bambino che sceglie secondo i propri gusti.
Un bambino pone sempre tante domande, ricorda che le tue parole sono importanti; meglio un “questo non lo so” se davvero non sai rispondere; quando ti arrampichi sugli specchi lui lo capisce e ti trova anche un po’ ridicola.
Inutile indossare un sorriso sul volto per celare la malinconia, il bambino percepisce il dolore, lo legge, attraverso la sua lente sensibile, nella luce velata dei tuoi occhi. Quando gli arrivano segnali contrastanti, resta confuso, spaventato, spiegagli perché sei triste, lui è dalla tua parte.
Un bambino merita sempre la verità, anche quando è difficile, vale la pena trovare il modo giusto per raccontare con delicatezza quello che accade utilizzando un linguaggio che lui possa comprendere.
Quando la vita è complicata, il bambino lo percepisce, e ha un gran bisogno di sentirsi dire che non è colpa sua.
Il bambino adora la confidenza, ma vuole una madre non un’amica. 
Un bambino è il più potente miracolo che possiamo ricevere in dono, onoriamolo con cura.
«Non insegnate ai bambini la vostra morale è così stanca e malata potrebbe far male /…/ Non indicate per loro una via conosciuta ma se proprio volete insegnate soltanto la magia della vita /…/ Non insegnate ai bambini ma coltivate voi stessi il cuore e la mente, stategli sempre vicini, date fiducia all’amore il resto è niente». (Giorgio Gaber “Non insegnate ai bambini” )

Federica Morrone (http://www.anyoga.it/)

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Nulla più stupisce, anche la più inammissibile assurdità diventa normale in Italia.
Per i genitori è arduo trasmettere rispetto verso qualunque forma di autorità, coloro che dovrebbero rappresentare un punto di riferimento meriterebbero di soggiornare in galera e non di pascere al governo.
Chi mi conosce sa che mi impegno per la pace privata e collettiva. Sono consapevole che questo mi conduca spesso a sfiorare il ridicolo, soprattutto quando invito con fermezza i componenti della mia famiglia a usare parole gentili, e non per ipocrita perbenismo o esagerata ricerca di educazione formale.
Anzi.
Quando ci esprimiamo in modo garbato così come quando cantiamo un mantra, la vibrazione influisce positivamente sul cervello, generando virtuosismi in tutto il corpo. Diventiamo quello che pronunciamo, questo vale per un’espressione benevola ma anche per le parolacce, quindi è importante dedicare attenzione ai suoni che emettiamo.
Convinta come sono che ai bambini non si possa rompere su tutto – devi scegliere – io ho dato prelazione ai modi gentili. Insomma non sgrido mia figlia se mangia con le mani, ma non le lascio passare una risposta scortese. Credo che alla fine i comportamenti dei figli siano anche conseguenza delle nostre priorità.
Scendo in piazza in nome della pace da quando ho 14 anni, ho iniziato a portare con me mia figlia Ginevra appena è nata, avvolta da una sciarpa arcobaleno dentro il marsupio. Ora è alle medie e ancora continua a marciare. Da quando è piccina mi ha denominato “pace interiore” e per imitarmi si mette nel loto con le mani in gyan mudra. Confesso che gongolo ravvisando l’immagine che ha di me.
Eppure mi è successo qualcosa. Sto perdendo colpi.
In questi giorni proprio non riesco a restare tranquilla.
Medito.
Ma nella mente
“basta basta basta basta basta”
tende a sostituire
“shanti shanti shanti shanti shanti”.
Ho acquisito una certa abilità nell’andare a prendere la mente per riportarla dove scelgo io, consapevole che siamo noi padroni del pensiero e non il contrario. Ma stavolta la mia mente -mentre quotidianamente passeggia insieme a me e all’infante Lorenzo per le vie del centro storico di questa Roma che da tempo cerco di lasciare per un borgo toscano (un giorno ci riuscirò!) - si ribella. Andavo a scuola in questo quartiere e fin da ragazzina incontro politici appartenenti sulla carta a schieramenti avversi a braccetto, seduti nei tavolini all’aperto di esosi ristoranti sorridono complici dopo che la sera prima si sono insultati in qualche salotto televisivo. Teatrini organizzati per noi poveracci, e se fino ad oggi ci hanno trattato da tonti in fondo non abbiamo fatto altro che dar loro ragione.
Agli albori della mia professione, diciassettenne, intervistai un sincero deputato socialista che confessò: “Sarei disposto a vendere mia madre per non perdere i privilegi acquisiti”. Ora che stanno vendendo anche l’aria dei nostri figli, noi siamo ancora immobili.
Ci credo che la mia mente non vuole saperne di restarsene quieta. È tempo di agire!
Camminando davanti al Senato con Lorenzo in braccio, immagino una folla di bambini di tutte le età che insieme ai genitori lanciano pannolini usati sui nostri politici. Mi sembra di ascoltare le voci dei più grandicelli: “Questa è la rivoluzione dei bambini! Vogliamo pappa, cure, giochi e cioccolatini!”
Le cariche delle forze dell’ordine, a cui sempre più spesso dall’alto viene chiesto di intervenire violentemente per debellare ogni forma di protesta, in questo caso non ci sarebbero. Chi mai potrebbe manganellare o buttare gas lacrimogeni su una folla di bimbi? Chi mai potrebbe considerare un’arma degli innocenti pannolini amorevolmente tolti dai sederini di teneri poppanti? Chi mai potrebbe non condividere la necessità di restituire loro almeno una speranza di futuro?
E allora mi piace pensare a un Pasolini sorridente, che da qualche dimensione lontana vede carabinieri e poliziotti con prole al seguito partecipare alla rivoluzione dei bambini. Stare dalla stessa parte di chi come loro fatica ad arrivare a fine mese, a comprare il necessario per andare a scuola, il cappottino quando fa freddo, che deve chiedere ai piccoli di rinunciare al nuoto perché non riesce a pagare la retta.
Cominciamo a mettere da parte i pannolini…
Rischio incriminazione per istigazione a delinquere?
Tentare di riprendersi almeno i sogni non credo sia un crimine.

Federica Morrone

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La notizia della mia gravidanza aveva alimentato diversi opinionisti che si erano espressi sulla differenza tra l’avere un figlio a trent’anni e uno a quaranta. Con la scusa di elargire buoni consigli avevano in realtà lanciato i loro anatemi con l’aggiunta di visioni apocalittiche. Tra tutti, come spesso accade, si era distinta mia madre già alla prima notifica. Dopo che per mezz’ora l’avevo implorata di sforzarsi di non reagire in modo aggressivo all’annuncio che stavo per darle, avevo finalmente preso fiato: «Sono incinta» e lei ascoltando le mie preghiere aveva urlato : «O Dio NO! Non ce la farai!». Qualche giorno dopo mi aveva telefonato per dirmi che aveva sognato il bambino, inizio a rassicurarmi, «moriva perché mi dimenticavo di dargli da mangiare». Vorrà dire che non glielo affiderò, credo nei miracoli, ma non è ancora arrivato il momento. Mia madre non considera i figli una benedizione bensì un ergastolo (sorvoliamo sui danni che questo avrebbe potuto crearmi se non avessi deciso di salvarmi da sola).
Dieci anni prima non aveva reagito meglio: «La tua vita è finita», temendo che avrei danneggiato la mia professione; poi ci aveva pensato l’editto bulgaro a provocare il licenziamento di tutta la mia redazione, lasciandomi fare la mamma di Ginevra a tempo pieno.
Con i nonni paterni peggio. Lorenzo ora ha cinque mesi, l’hanno visto solo appena nato, non sono mai venuti a trovarlo. Non avrei mai immaginato che l’integralismo cattolico fosse tanto oscuro. Niente perdono. Solo colpe. In primo luogo quelle del figlio scappato dal gruppo cattolico in cui è immersa l’intera famiglia, e quindi abbandonato a se stesso e privato dei benefici di cui hanno usufruiti i suoi cinque fratelli. Hanno sentenziato che finché Lorenzo non sarà battezzato è fuori dal regno di Dio (quindi anche dal loro). L’unica offerta che è arrivata è quella di cercare un prete disposto – in via eccezionale – ad accettare Lorenzo anche se nato da genitori non sposati, ma non hanno mai pensato alle molteplici necessità in un momento in cui anche un pacco di pannolini farebbe comodo.
Lorenzo è un bambino pieno di luce, benedetto dall’amore, ero pronta a battezzarlo come ho fatto con Ginevra a due mesi, ma queste pressioni mi hanno fatto cambiare idea, le ho percepite come una violenza, per ora non gli farò bagnare la testa, a meno che non arrivi qualcuno che mi ricorda Don Gallo.
Questo è il quadro, quindi ben vengano nonni d’adozione! Ginevra e Lorenzo sono pronti ad accoglierli nel loro mondo di coccole.
Per adesso siamo soli e la frase che mi sono sentita ripetere più spesso in questo periodo è «ci vuole il tuo coraggio per fare un altro figlio». Sono ben altre le situazioni complicate e onestamente ritengo che la parola coraggio sia abusata anche se circoscritta a una condizione borghese. Solo perché abbiamo pochi soldi, una casa piccola, perché deviricominciaretuttadaccapoquandoormaiavevidato e non ci possiamo permettere molto. Certo non corrispondo al clichè della quarantenne in carriera che avendo conquistato il successo professionale vuole procreare e ha già camera del bimbo, tata, vacanze programmate al mare e in montagna. La mia vita l’ho dedicata ai sentimenti, convinta di poter vivere nello scambio e nella condivisione, ho dimenticato di pensare agli aspetti più pratici. Sono fuori dal sistema, un po’ fuori in generale.
Complicato procreare in tempo di crisi, se almeno lo Stato fosse soltanto assente. La persecuzione dello Sceriffo di Nottingham si aggiunge alla carenza di asili, sanità pubblica stremata, mancanza di qualunque tipo di aiuto, privazione di diritti basilari; e non c’è nessun Robin Hood all’orizzonte.
La difficoltà consiste nel crescere i figli in solitudine, senza scambio di aiuto. Noi che nell’indole siamo tribù ci ritroviamo chiusi in celle alienanti. I bambini non appartengono ai propri genitori, sono magiche entità che una comunità intera dovrebbe crescere attingendo alle proprie conoscenze, talenti, attitudini.  
Nell’abbraccio di un bambino si ritrova il significato dell’esistenza. Come nel bellissimo film Il pianeta verde (lì vorrei vivere!) possiamo ricevere nutrimento ed energia vitale tenendo tra le braccia un neonato.
Usciamo dall’inutile assillo della proprietà, il mio non rende felici, è un inganno indotto dal sistema, mettiamo a disposizione, mettiamoci a disposizione.
Più si diventa adulti, più si diventa metodici, i bambini ci costringono a stare nel cambiamento, mantengono cuore e mente giovane.
Quante persone ripetono che non rinuncerebbero mai ai propri ritmi, soprattutto in un’età in cui le abitudini sono ormai consolidate e non si ha più voglia di rimettersi in gioco. Ma guardiamoci intorno, siamo tutti precari e instabili, l’immobilità è pura illusione.
Non mi prendo in giro, dieci anni si sentono, il fisico allenato dallo yoga aiuta, ma devo concentrarmi per affrontare l’incessante susseguirsi di cambiamenti, mentre prima era tutto più fluido.
Sono passate le colichette! Non fai in tempo a esultare che iniziano i fastidi ai denti. Finalmente dorme fino alle otto, non lo racconti in giro per scaramanzia; arriva l’ora legale a scombussolare tutto.
È curioso come ora richiedano impegno soprattutto le piccole cose. Impossibile sedersi, in tutti i sensi.
Mentre preparo la prima pappina per Lorenzo che mi guarda, e il sugo preferito di Ginevra che sta per tornare da scuola (l’inizio delle medie e la nascita del fratello rinnovano la richiesta di attenzioni), penso che ci vorrà molto tempo prima di riuscire a ritagliare uno spazio tutto per me. E sorrido.

Federica Morrone

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Nel Cacao di oggi cediamo la parola alla nostra amica Federica, di recente diventata mamma di un bellissimo maschietto. Questo articolo è il suo racconto del parto, delle carenze ospedaliere, della maleducazione di alcuni del personale medico, ma anche della solidarietà che si crea tra degenti e della gentilezza dei giovani praticanti.
E' un articolo duro, a tratti triste, che fa incazzare. E' la storia di come si partorisce a Roma nel 2013.

Cronache da un paese che un tempo amava i bambini.

Partorire a Roma nel 2013
Mi sveglio euforica in evidente stato di alterazione. Trentasei settimane e due giorni,  anche se sono trascorsi quasi undici anni è la seconda gravidanza, ho imparato a riconoscere il succedersi di ormoni, quello che sta circolando nel corpo introduce nuova energia. Ne approfitto. Faccio la spesa riempiendo la casa di desideri, metto in ordine più del necessario, organizzo tutto come se dovessi assentarmi all’improvviso; mancano quattro settimane alla data presunta del parto, non c’è fretta, eppure l’istinto mi immerge nell’azione.
Nel pomeriggio percepisco primi segnali di cedimento, verso sera le contrazioni aumentano, vorrei resistere ancora, a mia figlia non sfugge nulla: «Se non chiami il ginecologo lo faccio io». Così alle ventuno mi ritrovo al Pronto Soccorso del Policlinico Umberto I collegata al monitoraggio. La dottoressa di turno non ha dubbi sul ricovero immediato. Entro in reparto, mi affaccio in una sala dove medici e infermieri stanno guardando un concerto in televisione, farfugliano distrattamente che non ci sono posti disponibili. Mi somministrano flebo per ridurre le contrazioni su una barella nell’anticamera della sala parto. Con me ci sono quattro donne. La delicata cinesina dopo poche ore se ne va per dare alla luce il suo sesto bambino. Con le altre trascorro tutta la notte: una signora sicura di sé, una giovanissima ragazza avvolta nel chador che parla solo arabo (entrambe in procinto di partorire); una donna che piange disperata, ha perso per l’ennesima volta il suo bambino in uno stadio molto avanzato, al mattino partorirà un corpo senza vita. Avrebbe necessità di protezione, conforto, assistenza psicologica, so che in molte strutture questo accade. Pura crudeltà lasciarla abbandonata tra l’attesa di vagiti che un giorno non la chiameranno mamma.
La ragazza araba ha un disturbo al cuore, deve seguire una serie di accortezze tra cui la completa immobilità, le spiega in romanesco l’infermiera, lei non capisce, digita un numero e porge il cellulare sorridendo, ha bisogno che le si traduca la situazione. «A Naima, te pare che me devo pure mette a parla’ al telefono», borbottando se ne va lasciandoci sole.
Ci confortiamo tra noi fino all’alba, protette da una quieta solidarietà sostenuta dagli sguardi. Poi Naima si alza per inginocchiarsi verso La Mecca.
Alle otto del mattino mi attaccano nuovamente a un monitoraggio. Calma piatta, nessuna segnalazione, le contrazioni le percepisco sempre più forti, la macchina non le registra e nessuno mi crede. Pratico e insegno yoga, riesco a tenere sotto controllo il dolore con una certa disinvoltura, ma sento che la situazione peggiora. «A casa, a casa!» ripetono tre medici diversi che si susseguono, ne arriveranno altri a dire la stessa frase nell’arco delle ore in cui mi rifiuto di muovermi. E la tentazione ad andarsene è forte, basterebbe solo il pensiero della spesa golosa, considerando che ormai sono ventiquattro ore che non mangio (e quando sono incinta ho sempre fame), di più che non mi lavo e non mi cambio. Però ho imparato a conoscermi e ad ascoltare i segnali, quindi resisto alle tentazioni e mi impunto nel restare cercando di spiegare a questi signori che non sono pazza.
Mantengo nel verbalizzare e nel rispondere una calma integrale: «Capisco che capitino donne con falsi allarmi, in preda al panico, vi assicuro che non è il mio caso». Sguardi ironici, «lei non si comporta come una che sta in travaglio». Certo, dovrei urlare e contorcermi, invece di ripetere regolari respiri lunghi e profondi cercando con determinazione nella mente pensieri felici. «Lo so, è una mia caratteristica, poi la meditazione, il pranayama…», all’improvviso capisco che insistere con questa versione di me non fa altro che renderli ancora più scettici e beffardi. Sono l’esatto contrario di un’invasata new age, nell’approfondire le discipline orientali mantengo un approccio scientifico, detesto le verità preconfezionate, questi dettagli non interessano i medici, continuano a ripetere «a casa, a casa!»  senza prestarmi alcuna attenzione.
Quando comincio a temere che mi buttino fuori di forza, decido che - anche se mi dà il voltastomaco ricorrere ai sistemi tipici dell’italietta del nonsachisonoio - è arrivato il momento di riferire che ho anche un’altra identità, magari più seria per i loro occhi; mi sono occupata di inchieste (e di malasanità), scrivo, studio forme di resistenza verso gli inganni del sistema mediatico.
Questo mi fa guadagnare un minimo di credibilità e quindi ancora un po’ di tempo, ma sono pur sempre una donna in preda agli ormoni, quindi dal punto di vista maschile un’isterica delirante.
Quando anche le forze per discutere mi stanno abbandonando, sopraggiunge un angelo con le sembianze di anziana ostetrica attirata dal trambusto, «quella è la macchina rotta!», esclama, «non fa contatto, proviamo a metterci lo scotch». Si fa silenzio intorno. L’imbarazzo paralizza gli sguardi. Un’infermiera improvvisa un collegamento con il nastro adesivo, a quel punto, placida ma decisa, esigo che mi attacchino a un altro monitoraggio. Una nuova macchina si materializza in un baleno e subito disegna potenti contrazioni.
Il mio parto all’improvviso diventa urgente. E se avessi obbedito all’ordine perentorio di lasciare l’ospedale cosa avremmo rischiato io e il mio bambino? Avrei fatto mezz’ora di macchina e quattro piani di scale a piedi (non ho l’ascensore), il collo dell’utero era serrato (resterà così anche dopo il parto, impenetrabile da una cannula di due millimetri, figuriamoci da un bambino!) quindi il blocco della via d’uscita rendeva impossibile un rocambolesco parto naturale come nei film. E se al mio posto ci fosse stata una donna più fiduciosa verso i medici che verso le proprie sensazioni? Non è assurdo consegnarsi completamente alle macchine? Se per qualche ragione falliscono è possibile che un medico non sia in grado di ascoltare, di andare oltre l’apparenza, di effettuare una diagnosi appropriata?
Vengo portata subito in sala operatoria, manca il tempo per sbrigare le norme sanitarie di prassi. Non c’è un bagno da poter adoperare, durante la notte ci eravamo tutte arrangiate usando quello dentro la sala parto pieno di sangue, violando privacy e igiene. 
Allontano dalla mente l’indignazione e cerco di concentrarmi solo sulla nascita di mio figlio, determinata a rendere con l’amore quegli istanti incantati.
L’azzurro dei teli di carta in cui mi avvolgono gli infermieri lo trasformo in uno spazio di cielo, stringo in una mano un piccolo Ganesh, ripeto nella mente un mantra di benvenuto. Cerco di accogliere tutto positivamente, persino la ragazza che non trova il punto esatto per iniettare l’epidurale continuando ad infliggermi inutili e dolorosi buchi sulla colonna vertebrale, ha il diritto di imparare. «Lei ha la schiena troppo magra». Al quinto vano tentativo invoco timidamente l’intervento dell’anestesista.
Poi inizio a respirare dolcemente sostenuta dall’ossigeno che mi conduce in atmosfere alpine. Il primo vagito di Lorenzo è l’essenza stessa della vita.  18.28: gli occhi di mio figlio sono meravigliosi e mi fissano attenti, me lo lasciano solo pochi secondi. I pediatri che lo visitano dicono che sta benissimo, mi rilasso e non vedo l’ora di iniziare ad allattare, immagino di dover aspettare che il taglio venga ricucito, non ci vorrà molto. Qualcuno accende la radio, nella sala operatoria si diffondono le note di Generale «tra due minuti è quasi giorno, è quasi casa, è quasi amore».  Per me e mio figlio non sarà subito così.
Conosco l’importanza dell’attaccare il prima possibile il bambino al seno e del tenerlo vicino, accoccolato tra le braccia della mamma. Alle 19 sono pronta, mi parcheggiano in corridoio, dicendomi che ancora non ci sono letti disponibili e che non possono portarmi il bambino finché non sarò sistemata. Mi abbandonano così fino all’una di notte. Solo allora, dopo numerose proteste, finalmente mi portano in una stanza. Non si effettuano dimissioni notturne, come mi confermerà la mia compagna di camera quel posto era pronto dal primo pomeriggio, non darmelo è stata una negligenza come tante altre. A questo punto è tardi e l’ostetrica non vuole portare il bambino, «è inutile, tanto non si attacca al seno», riesco a convincerla e Lorenzo, come natura vuole, inizia a ciucciare. Un’altra ostetrica lo prende  per le visite del mattino, tornando lo lascia nella culla, io sono completamente distesa e non riesco ancora ad alzarmi sola, il cesareo disconnette gli addominali, le chiedo la cortesia di aiutarmi, risposta raggelante: «io porto solo i bambini», volta le spalle lasciandomi allibita di fronte a tanta immotivata scortesia. Guardo mio figlio impotente. La manovella per alzare il letto è irraggiungibile, provo a forzare sulle braccia, non ce la faccio. Dovrò aspettare l’orario delle visite per ricevere assistenza.   
Molti disagi sono causati dalla recente introduzione del roaming, sembra che il Policlinico fosse l’unico ospedale romano ancora privo di questo servizio. Ottima iniziativa, tuttavia prima di effettuare modifiche sarebbe meglio attivare un’organizzazione e avvertire le mamme di quello che può servire, noi eravamo sprovviste di tutto. Nella lista del necessario da portare c’erano solo vestitini vari, le ostetriche ci fornivano i pannolini, niente creme, salviette, niente acqua calda in bagno, niente fasciatolo. Abbiamo tutte improvvisato un cambio sul letto, aiutandoci reciprocamente e scambiando il necessario che i mariti chiamati in soccorso hanno cominciato a portarci.
Nel frattempo stavo male, dolori insopportabili, da urlare, e sono la stessa donna che ha affrontato il travaglio sorridendo e respirando. Ero gonfia, non canalizzavo in nessun modo. Per l’utero serrato i medici moltiplicavano le dosi di Metergin, ma non sortiva alcun effetto se non quello di aumentare ancora di più le fitte atroci. Anche l’intestino era bloccato, quindi ancora non potevo mangiare, nel frattempo mi avevano sospeso il nutrimento via flebo. Ero distrutta, chiedevo aiuto, le uniche davvero presenti che hanno cercato in ogni modo di soccorrermi sono state alcune meravigliose specializzande. All’assenza replicata dei professori ben stipendiati si contrapponeva la presenza continua di queste ragazze piene di buona volontà, di desiderio di imparare, di rendersi utili, di ascoltare i pazienti. Le ho viste andare avanti anche per tre turni di seguito senza perdere freschezza e gentilezza nei modi; chissà se riusciranno mai a essere assunte, a ricevere un meritato stipendio, a prendere finalmente il posto di luminari troppo impegnati nelle cliniche di lusso per essere al loro posto di lavoro nell’ospedale pubblico. 
È grazie a queste ragazze che ho evitato complicazioni peggiori, hanno agito appena gli ho spiegato che per la mia particolare conformazione dell’utero era risolutivo solo un intervento meccanico, mentre i farmaci peggioravano i dolori. Il problema l’ho del tutto risolto in un ambulatorio privato nei giorni successivi, con quattro diversi interventi, ma la prontezza delle specializzande ha evitato il rischio di un’infezione. Auguro loro di riuscire a defenestrare chi gli sta rubando il futuro continuando a esercitare contemporaneamente in ospedale, clinica e studio. L’ingordigia di alcuni è una delle cause della crisi del nostro desolato Paese. Il livello di disoccupazione è ai massimi storici ed è ancora più amareggiante subire la trascuratezza di chi un lavoro ce l’ha.  
Mi hanno lasciata digiuna per mancanza di comunicazione tra i medici e mensa. Avere un brodino a quanto pare era impossibile. I medici ripetevano che avevo necessità di liquidi, dimenticandosi di segnarlo sulla cartella clinica. La seconda sera finisce l’acqua da bere in tutto l’ospedale per tornare il mattino seguente dopo le undici. Assetata ho avuto l’ardire di chiedere un secondo the a colazione e un’altra bustina di zucchero, mi sono stati negati. La mancanza di liquidi ha penalizzato la produzione di latte e il peso del mio piccolo, che in dimissioni era decisamente al di sotto del normale calo fisiologico. Una volta fuori le ho provate tutte, purtroppo non c’è stata altra strada che la temuta aggiunta. Le multinazionali del latte si insinuano negli ospedali e nei consigli dei pediatri, riescono con abile terrorismo occulto a far vacillare in un momento delicato anche le donne più consapevoli.
Per un’appassionata della Lega del latte, Maria Montessori e Françoise Dolto, è stato frustrante veder contravvenire le minime regole di attenzione verso i bambini. Dove andavano i piccoli quando non erano con le mamme? In una piccola stanza con luci a neon sempre accese, medici e infermieri si riunivano e lavoravano al computer, neonati mangiavano, altri venivano cambiati o visitati. Tutto questo in circa 25 metri quadri.
Anche in camera illuminazione a soffitto accecante, possibile che non ci sia un’azienda disposta a donare una fornitura di lampade da tavolo per il reparto maternità del Policlinico? Anche brutte, vecchie, fuori produzione, che diano la possibilità ai neonati di ricevere una luce soffusa e non abbagliante. Bagno disgustosamente sporco lasciato nell’incuria, solo alla parte centrale dei pavimenti una signora dedicava trenta secondi giornalieri con un vecchio straccio dal colore inquietante. Niente acqua calda.
Compresa la situazione i parenti hanno iniziato a portare: necessario per il cambio, disinfettanti, garze, cerotti, bottiglie di acqua, the, zucchero, alcuni farmaci consigliati dai medici ma non disponibili in ospedale. Mancano i soldi per i minimi bisogni del reparto maternità di uno dei principali ospedali della Capitale, ce ne sono in abbondanza per acquistare F-35. La politica della morte sconfigge quella della vita.
Intervistai Tiziano Terzani per il mio libro Regaliamoci la pace: «I valori su cui possiamo metterci d’accordo non sono quelli scritti nei libri, non appartengono a nessuna biblioteca, vivono nel cuore di ognuno. Sono i più semplici. Esiste forse una civiltà che odia i bambini? È comune fare i bambini e amarli. Allora mettiamoci d’accordo: tu non ammazzi mio figlio, io non ammazzo il tuo. Se vogliamo scriviamolo pure, ma non ce ne sarebbe bisogno, questi sono valori di tutti». Sono trascorsi dieci anni, parole che sembravano inequivocabili ora non lo sono più.  
Quando mi dimettono ricevo un appuntamento da lì a due giorni: lunedì alle 10 visita pediatrica di Lorenzo, sembra obbligatoria e gratuita, scoprirò che non è così. Come scoprirò che è stato dato appuntamento a 25 bambini alla medesima ora. Ritrovo tutte le mamme compagne di avventura, in particolare sono felice di rivedere Alessandra, donna piena di energia dal sorriso intelligente, continua indignata a scattare foto a quella assurda folla di neonati in attesa. Lavora al Policlinico, è medico anestesista, il suo bimbo ha l’ittero: «Sono costretta a tornare qui tutti giorni per la terapia, ogni volta resto ore ad aspettare, da domani proverò a cercare un altro ospedale per mio figlio, qui è diventato impossibile lavorare e curarsi». Nel reparto Ostetricia, Ginecologia, Perinatologia e Puericoltura del Policlinico nella mancanza di riguardo sono democratici, non concedono favoritismi a una collega, nessuna eccezione: tutti i bambini con 6 giorni di vita ammassati in un corridoio dove si soffoca e non ci sono sedie. Finalmente compare una dottoressa ma è solo per urlarci contro con un’aggressività preoccupante che lì non possiamo allattare, è vietato. La ignoro e continuo a tenere mio figlio al seno. Alle tre del pomeriggio riusciamo ad andarcene, 5 ore di attesa per una visita a pagamento che è durata esattamente 6 minuti e mezzo.
Ho digerito l’esperienza pensando a tutte le donne che partoriscono davvero in situazioni estreme in troppi luoghi del mondo, ma come ha detto un mio meraviglioso amico volontario di Emergency: «Almeno con amore intorno».
Prima anche sul peggiore degli ospedali italiani si sentiva spesso affermare che comunque il reparto maternità funzionava bene. C’è stato un tempo in cui il nostro Paese amava i bambini, quel tempo è finito.

Federica Morrone

PS: Abbiamo chiesto a Federica di tenere una rubrica dal titolo “Mamme Zen”. Prossimamente su Cacao...

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