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Il 12 gennaio 2010 un terremoto di magnitudo 9 devastava Haiti PDF Stampa E-mail
Salute - Benessere
Sabato 21 Gennaio 2012 08:26

HaitiCarissimi,
due anni fa, precisamente il 12 gennaio 2010, un terremoto di magnitudo 9 devastava Haiti, un paese tra i più poveri al mondo, provocando 316mila vittime.
Se questo non fosse bastato, pochi mesi dopo un'epidemia di colera falcidiava 6.600 persone e ne faceva ammalare 475mila.
I numeri, enormi, non riescono forse a darci l'idea di quanto è successo: oltre 300mila vittime significa che se sei sopravvissuto tu sono morti quasi tutti i tuoi parenti e gli amici. Un terremoto di quella forza in un paese dove non esistono quasi misure antisismiche significa che non riconosci più le strade, il tuo quartiere, non sai più dove sei. Già questo basterebbe a farti impazzire.
Ma se il terremoto è un disastro naturale, per il colera qualche responsabilità c'è, e arriva proprio da coloro che sono arrivati nel Paese per aiutare la ricostruzione.
E' di questi giorni la notizia che oltre 5mila haitiani colpiti dal colera hanno presentato richiesta di risarcimento di centinaia di milioni di dollari alle Nazioni Unite, accusando i peacekeeper di aver diffuso l’epidemia sull’isola.
Secondo l’"Istituto per la Giustizia e la democrazia" di Haiti - l'organizzazione che assistite le vittime del colera nella richiesta di risarcimento - le Nazioni unite non avrebbero effettuato i dovuti controlli sui peacekeeper di una base della missione e sui relativi liquami umani, liquami scaricati poi nelle acque del fiume Arbonite, a cui accedono milioni di haitiani. ‘Minustah’, la missione Onu di stabilizzazione di Haiti è composta da oltre 12mila tra soldati e poliziotti.

“L’epidemia di colera", spiega in una nota l’organizzazione, "è direttamente attribuibile alla grossolana negligenza del personale della missione Onu e all'incuria per la salute e la vita degli abitanti di Haiti”. Il team di avvocati ha inoltre accusato le Nazioni Unite di aver tentato di negare l’insorgenza dell’epidemia fino a quando la notizia non è trapelata da parte di osservatori indipendenti.
In un rapporto pubblicato da un gruppo di esperti, convocati dallo stesso Segretario generale delle nazioni Unite Ban Ki-moon per indagare sull’insorgenza dell’epidemia di colera ad Haiti, si evidenziano “indizi molto forti” per la diffusione della malattia nell’isola a partire da un fiume che scorre proprio nei pressi di un campo dove sono stanziati operatori nepalesi. Successive analisi biomolecolari hanno permesso di accertare che il vibrione del colera che si è diffuso nell’isola caraibica è lo stesso che è diffuso nel Sud Est asiatico. Ulteriori studi effettuati anche dai Centers of Disease Control di Atlanta hanno evidenziato che a portare il colera sull’isola è stato il personale delle Nazioni Unite.
E come scandalo basterebbe, sembra una farsa tragica: chi dovrebbe aiutare provoca migliaia di vittime. Ma non è tutto qui.
Ad Haiti operano 10mila Ong (Organizzazioni Non Governative): con questo esorbitante numero di addetti agli aiuti, dopo 2 anni il Paese dovrebbe essere non solo rinato ma anche florido e in grande sviluppo ... e invece no, per niente, la ricostruzione è lentissima, metà delle macerie sono ancora per strada, Port au Prince, la capitale, è un cumulo di detriti.
I risultati sono incredibilmente inferiori agli investimenti e al rumore della grancassa del aidmarketing. Lo dicono tutti, anche gli organi ufficiali.
Racconta Francesco, un volontario fuori dal sistema, in un articolo pubblicato qui: “La mia paura, come quella della gente, è che si ripeta quanto accaduto in tante parti del mondo dove i campi profughi sono diventati un business. Per l’industria dell’assistenza che continua a procacciarsi denaro per mantenerli; per gli operatori che bivaccano e guadagnano fior di soldi; per i governi che trattengono parte dei fondi; per la mafie che si creano per spartirsi gli aiuti e per gli abitanti più furbi che approfittano dei soldi che girano. Qua sta ripetendosi quanto denunciato in altre situazioni analoghe. Basti pensare che solo Save The Children spende 200.000 dollari al giorno di stipendi per funzionari locali, che almeno 15.000 haitiani lavorano, nelle forme più diverse, per le ONG e tanti per fare nulla all’interno dei campi. Per i donatori dei messaggini questi sono soldi spesi per la ricostruzione di Haiti.
Quanta gente sia ancora nei campi profughi è difficile stimarlo nell’approssimazione generale, si pensa almeno 650mila persone in 800 campi che da provvisori stanno diventando schifose baraccopoli, senza servizi, senza sicurezza, senza prospettive per gli abitanti. L’ultima moda è di costruire delle casupole di compensato (costo euro 7000) destinate a sfasciarsi con le piogge e dare l’impressione di stabilità dove tutto dovrebbe essere solo una sistemazione d’emergenza, per ricostruire le case e dare opportunità alla gente rifugiata di tornare alle loro attività, nella capitale e nei villaggi. Nel 2011 sono stati spesi 1.500 dollari per ogni rifugiato, il doppio o il triplo del reddito pro-capite annuo.
L’economia degli aiuti e dell’assistenza (invece che dello sviluppo) sta annullando l’economia agricola dell’isola e ha indotto i contadini a venire nella capitale ad allargare il numero dei profughi che, nel gran marasma della distribuzione d’aiuti, almeno riescono a sbarcare il lunario. Pochi i soldi investiti nei villaggi e fuori dalla capitale per sostenere economia e servizi per le persone nelle comunità d’origine. Si spendono milioni di euro ma anche a Port au Prince rimangono macerie nelle strade ed è ancora lì il simbolo dell’inefficienza degli aiuti, il diroccato palazzo presidenziale. Se devo fare una stima su 100 progetti che ho visto (quasi tutti concentrati sull’educazione e la sanità) solo una decina hanno un senso, sono in fase di completamento, non sono costati cifre iperboliche. L’eccellenza è qui minima, come l’impegno serio verso i beneficiari anche da parte degli operatori internazionali.
Per mantenere in piedi la baracca di uffici, macchine, stipendi, case, viaggi aerei degli espatriati se ne va oltre il 30% dei soldi che arrivano qui (già al netto di quelli trattenuti per i costi amministrativi in Italia o negli altri paesi), in più c’è tutto il personale locale, la corruzione, i costi sovrastimati. Gli affitti nella capitale sono saliti alle stelle, le jeep bianche delle organizzazioni internazionali sono il mezzo più diffuso, i bar dove gli espatriati s’inciuccano e fanno sesso sono le altre, uniche, nuove fonti di business per gli haitiani. Questo è accaduto ovunque, in Kenia, Congo, etc. dove tante organizzazioni umanitarie hanno trovato fonti di reddito. Non sorprende che sulla strada verso l’aeroporto sia comparsa la scritta “Down with NGO thieves”, abbasso i ladri delle ONG.
Ho letto della storia scandalosa dei 2 o 9 milioni scomparsi dal Consorzio Agire (che già aveva cercato di soffiare la pubblicità della costruzione di un ospedale alla seria Fondazione Rava) ma l’accaduto, a parte il truffone, non è diverso in tante altre organizzazioni. Il terremoto d’Haiti è stata la grande occasione per l’industria dell’assistenza di fare il pieno di soldi pur non avendo le capacità e competenze per spenderli, per di più una raccolta, forse superiore, alle reali esigenze. Per molti è stato il modo per salvare i bilanci per almeno un decennio, per altri d’investirli e cavare profitto per mantenere le strutture. Qualche giorno fa, qualche centinaio di persone, funzionari delle ONG e beneficiari coscritti sono sfilati nella capitale per chiedere maggiore trasparenza nella gestione dei fondi internazionali. La cosa curiosa? che uno degli organizzatori era Action Aid, uno dei membri fondatori e dirigenti del Consorzio Agire. Che, posso dire, non è un simbolo né di efficienza né di trasparenza. Marco De Ponte, burocrate di Action Aid, ha dichiarato: “La fiducia nei grandi donatori internazionali è stata tradita”. Lui è presidente e legale rappresentante del Consorzio Agire che ha dato 9 milioni di euro per la gente di Haiti a un promotore finanziario radiato dall’albo.”

Le Monde scrive che ad Haiti sono passati oltre 5 miliardi di euro (fra donazioni di stati e privati), molti, come abbiamo scritto non sono mai arrivati: il governo haitiano ha ricevuto 1 centesimo di ogni euro stanziato ed è, di fatto, escluso dalla ricostruzione.
Il Centro per la Ricerca Economica e Politica, la fonte migliore per ottenere informazioni precise su questo tema, analizzando tutti i 1.490 contratti aggiudicati dal governo USA dopo il terremoto del gennaio 2010 fino all’aprile 2011, ha trovato solo 23 contratti affidati ad imprese haitiane.
Sull'onda dell'emozione moltissimi di noi hanno donato soldi alle Ong, ma sappiamo bene di che si tratta? Che organismi sono? C'è un controllo dei bilanci? Forse alcune, molte, godono di uno status sopravvalutato rispetto ai risultati conseguiti. La conseguenza è uno spreco immane di risorse, a cui si aggiunge in alcuni casi l'aggravamento della situazione di partenza, fino a creare un circolo vizioso da cui l'Occidente esce sempre ridimensionato, ma le stesse Ong mai.
Leggiamo su Agoravox: le Ong perdurano in una stridente contraddizione: tanto nobili sono i loro fini quanto oscuri sono il loro controllo e la loro legittimità. Statuti e organi decisionali interni non sembrano sufficienti ad assicurare un sindacato obiettivo delle loro azioni, per non parlare di un giudizio di responsabilità nei casi di fallimento.
Pur godendo della fiducia popolare, in quanto detentrici di valori, al contrario degli Stati che hanno solo interessi, le Ong non presentano alcun elemento che le riconduca direttamente alla legittimità popolare. Dietro alle Ong ci sono il volontariato e la società civile, si dice, le Ong sono libere da vincoli statali e dunque al di sopra delle parti.
Tuttavia non vi è nessun elemento diretto tra le organizzazioni e la comunità popolare di cui si dicono espressione. Pur essendo enti senza scopo di lucro, beneficiano di finanziamenti di diversa natura nonché di speciali agevolazioni fiscali. Risorse che in larga parte sono necessarie a mantenere in piedi l'organizzazione stessa, più che a perseguire i fini che le animano.
L'opinione pubblica chiede sempre conto ai governanti di come i soldi vengono spesi, ma nessuno pone mai la stessa domanda alle Ong. Pur nascendo come attori transitori, cioè costituiti sulla base di una evidente necessità, non vengono praticamente mai sciolte una volta che l'obiettivo è (o non è) raggiunto, radicandosi sul territorio e permanendo in una situazione di perenne emergenza che ne giustifica la presenza.
Inoltre, esse mancano di qualunque forma di controllo terzo e indipendente: non rispondono praticamente a nessuno in caso di inefficacia o sperpero delle risorse a loro affidate, e non sono mai destinatarie di sanzioni in tal senso. Nessuna di esse dovrà mai giustificarsi se la tragedia di Haiti (e delle altre aree del mondo colpite da disastri) sta richiedendo costi ben superiori a quelli stimati, a fronte di risultati a dir poco scoraggianti.
Fintantoché le Ong sfuggiranno a una precisa regolamentazione che ne fissi puntualmente i requisiti, ne disincentivi il proliferare indiscriminato e le renda responsabili del proprio operato, insuccessi come nel caso di Haiti saranno destinati a ripetersi. Mantenere le Ong nel limbo attuale della "deregulation" non avrà altro effetto che alimentare quel circolo vizioso di emergenza e aiuto disorganizzato che le stesse Ong sono ora chiamate ad interrompere.
E allora: che fare? A chi donare i nostri soldi avendo la certezza che andranno a chi veramente ne ha bisogno?
Noi di Merci Dolci abbiamo sempre appoggiato Yelè, un'associazione fondata da Wyclef Jean che ora ne è l'"ambasciatore" all'estero. Yelè si è occupata di distribuire acqua e viveri durante il terremoto e l'epidemia di colera, quando decine di camion cisterna giravano per tutto il Paese mentre dagli altoparlanti gli autisti urlavano in creolo come fare a prevenire la malattia. Ora è stato appena completato un orfanotrofio a La Plaine. Gravemente danneggiata dal terremoto, la struttura è stata ricostruita e ampliata, sono state aggiunte aule, una cucina, un grande dormitorio, una infermeria, bagni e docce. L'orfanotrofio ospita 80 bambini. Cose concrete, fatti, la gestione è del tutto haitiana.
Come avete letto sopra, anche la Fondazione Francesca Rava sta facendo un ottimo lavoro ad Haiti, dove era presente ancor prima del terremoto. E' di questi giorni la notizia che la Fondazione Rava ha aperto proprio nei pressi di Citè du Soleil, la baraccopoli di Port au Prince, un internet point dove i ragazzi possono scaricare musica e studiare i programmi per farla. "L'Internet point fa parte del progetto più ampio di Fors Lakay, 'la forza della famiglia', spiega la presidente, Maria Vittoria Rava, con il quale abbiamo costruito 40 casette, una panetteria mobile, e l'ospedale St Mary con 80 posti letto. Il lavoro è stato fatto in stretto contatto con la comunità, sono stati i ragazzi di Cité du Soleil a chiederci le postazioni Internet, a manifestare la loro voglia di essere in contatto con il mondo per superare l'isolamento in cui li ha costretti la povertà".
"Nessuno aveva pensato a Internet” dice Adriene, haitiana, 16 anni “Ma a me ha cambiato la vita. Prima dovevo fare due ore di cammino per arrivare in un cybercafè, adesso ce l'ho vicino e posso venirci ogni giorno, studio il programma, ho già fatto dei pezzi e adesso un amico mi ha promesso che li farà sentire a uno che è nel giro, mi farà fare delle serate".
Piccoli passi, ma concreti per cercare di aiutare un popolo fiero e forte che ha una storia straordinaria. Gli haitiani hanno vinto la guerra contro Napoleone diventando il primo Stato indipendente dai colonialisti, riusciranno a vincere anche questa guerra contro il neocolonialismo della finta beneficenza? Noi tifiamo per loro.

 

 

Commenti  

 
0 #1 RedazioneCacao 2012-01-26 10:15
Riceviamo e pubblichiamo:

Comprendiamo tutta l’amarezza nel constatare che a due anni dal terremoto la situazione è ancora così compromessa e su molti punti sollevati da questo articolo non possiamo che essere d’accordo. Tuttavia, riguardo ad alcune affermazione direttamente riferite all’operato di AGIRE, ci sembra corretto rettificare le parole dell’operatore Francesco e di Enrico Crespi, autore dell’articolo da voi citato, a cui abbiamo chiesto le stesse rettifiche.

Rispetto alla truffa subita da AGIRE, si tratta di 2 milioni e non di 9. AGIRE ha seguito procedure di gestione dei fondi assolutamente regolari e ha denunciato l’accaduto, tant’è che la Magistratura ha proceduto all’arresto dell’indagato che è ancora in carcere. Nonostante questo, le organizzazioni di AGIRE non hanno atteso di rientrare dei capitali sviati dal truffatore, ma hanno completato comunque i loro progetti. Nessuna donazione fatta dagli italiani ad AGIRE è andata perduta. I dettagli della vicenda sono stati resi pubblici nel mese di ottobre e sono ancora visibili qui http://agire.it/it/mediaroom_agire/news_agire_onlus/newsDetail.html?DETTAGLIO=ff80808133cba5d10134000c6e9e0016

Le attività realizzate con i 14,7 milioni di euro raccolti in Italia dal network di AGIRE, sono visibili su http://www.agireadhaiti.it e su http://agire.it/it/appelli_di_emergenza/emergenzahaiti.html, anche attraverso documentazione fotografica georeferenziata . Si possono inoltre consultare i documenti di progetto, i relativi budget e i rapporti periodici dal campo. Questa attenzione nel presentare pubblicamente i dettagli degli interventi risponde proprio alla necessità di rendere conto dell’operato delle ong ai donatori privati. Chi, dopo aver consultato la documentazione disponibile, desiderasse approfondire ulteriormente la questione, può comunque rivolgersi direttamente ad AGIRE, scrivendo a comunicazione@a gire.it.

Un’altra precisazione riguarda la marcia citata: organizzata dal movimento Je nan Je (occhio per occhio), composto da associazioni locali, e da ActionAid Haiti (che è un’associazione locale esistente da 20 anni) l’obiettivo della manifestazione era chiedere ai parlamentari e al governo una riforma delle leggi sui terreni, affinché sia consentita la costruzione di abitazioni per i 600.000 che ancora sono senza casa.

Rispetto poi alla meschina accusa di aver “soffiato” pubblicità ad un’altra organizzazione, è stato un giornalista di Sette – ammettendolo successivamente – ad attribuire erroneamente un intervento sia ad AGIRE sia alla fondazione Rava. E quale sarebbe la responsabilità di AGIRE in questo errore???

Insomma, noi crediamo che ritardi, difficoltà di coordinamento ed errori ci siano stati ad Haiti, ma crediamo anche che molte organizzazioni (haitiane e internazionali) siano state fondamentali per migliorare le condizioni di vita di una popolazione allo stremo….magari anche di un piccolo gruppo, come i bambini del centro dell’Associazio ne Yelè da voi sostenuti.

Se è giusto essere critici, non ci sembra invece necessario che per valorizzare l’operato di alcune organizzazioni vada per forza sminuito quello di altre, fornendo peraltro informazioni errate. Piuttosto bisognerebbe andare più a fondo nell’esame delle situazioni, se davvero si vuole fare informazione, e non limitarsi a porre alcune organizzazioni dalla parte giusta, altre da quella sbagliata, senza addurre motivi validi.

Crediamo inoltre che – pur riconoscendo alcune gravi responsabilità della comunità internazionale - non vadano dimenticate le peculiarità che rendono la situazione haitiana più complessa da gestire rispetto ad altre emergenze: il terremoto ha colpito la capitale, i centri amministrativi, i ministeri, le istituzioni di un paese che già prima aveva una forte fragilità strutturale. Ad Haiti, prima del terremoto, meno del 60% della popolazione aveva accesso all’acqua e a servizi igienico-sanitari e l’instabilità politica fa parte da sempre della storia del paese. Il vuoto istituzionale creato da quasi un anno di assenza del governo (elezioni presidenziali a fine novembre 2010 – costituzione del governo Martelly ottobre 2011) non ha certo favorito il coordinamento di uno dei processi di ricostruzione più complessi della storia dell’umanitario (persino inutile fare paragoni con il caso de l’Aquila!)

La critica fine a se stessa serve solo a gettare fango su migliaia di operatori (haitiani e internazionali) che ad Haiti lavorano ogni giorno per alleviare le sofferenze di quanti ancora vivono in condizioni disumane, come probabilmente sta facendo Francesco con la sua organizzazione.
Rimaniamo a disposizione per qualsiasi ulteriore chiarimento e vi invitiamo nuovamente a visualizzare gli interventi realizzati dalle organizzazioni di AGIRE: www.agireadhaiti.it

Maddalena Grechi
Responsabile Comunicazione di AGIRE
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