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Tutte le buone notizie pubblicate su Cacao. Diritti, progressi sociali, buone pratiche politiche, buone notizie di economia.

Bella storia di onestà a Las Vegas, dove un uomo si è visto restituire 300mila dollari di vincita al Casinò dimenticati su un taxi. Merito dell'onestà del tassista Gerardo Gamboa, che ci ha guadagnato anche un premio di mille dollari.
(Fonte: Ilmessaggero.it)

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L'Economist ha incoronato l'Uruguay del presidente José Mujica “Paese dell'anno 2013”. Motivazione? “Un paese modesto ma audace, liberale e amante del divertimento”. Merito del presidente Mujica, eletto nel 2010 e autore di vere e propri rivoluzioni: dalla legalizzazione dei matrimoni tra persone dello stesso sesso alla legalizzazione della marijuana. Fin dall'inizio del suo mandato si è decurtato lo stipendio del 90% e alle riunioni ministeriali si presenta sempre con abiti dimessi, quando non sono bermuda e ciabatte.
Scrive l'Economist: “Avremmo potuto scegliere il Sud Sudan, che ha aumentato il suo Pil del 30%, o l'Estonia, che ha il debito più basso di tutta l'Unione Europea. O la Turchia, dove decine di migliaia di persone hanno protestato contro il governo Erdogan. Ma il criterio fondamentale per eleggere il miglior paese è stato capire se le innovazioni attuate, imitate, potessero essere utili al resto del mondo”.
(Fonte: Repubblica)

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Aperto a Riad, in Arabia Saudita, il primo studio legale privato gestito da una donna. L'iniziativa è della giovane Bayan Alzahran, che lavora insieme a tre colleghe. E' stata la prima donna saudita ad abilitarsi all'esercizio della professione forense.
(Fonte: Repubblica)

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Lo dice la Corte europea dei diritti dell'uomo condannando l'Italia per aver negato questa possibilità a una coppia di coniugi che ne aveva fatto richiesta per la figlia.
Scrivono i giudici: “L'Italia deve adottare riforme legislative o di altra natura per rimediare alla violazione riscontrata. Se la regola che stabilisce che ai figli legittimi sia attribuito il cognome del padre può rivelarsi necessaria nella pratica, e non è necessariamente una violazione della convenzione europea dei diritti umani, l'inesistenza di una deroga a questa regola nel momento dell'iscrizione all'anagrafe di un nuovo nato è eccessivamente rigida e discriminatoria verso le donne”.

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Avete presente il tradizionale caffè sospeso che si usa lasciare a Napoli? In Lombardia, nelle botteghe di Campagna Amica di Coldiretti e nei Farmer’s Market, hanno fatto la stessa cosa con la spesa. Chi vuole può lasciare 3 euro in più grazie ai quali il Banco Alimentare donerà a una persona bisognosa una borsa con salsa di pomodoro, pasta e uova.
Aderiscono 12 botteghe e 150 Farmers’ Market regionali.
(Fonte: Ilfattoquotidiano.it)

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Scrive Ecquologia.it: “Sinistra Ecologia Libertà si appresta a presentare alla Camera una proposta di legge per la legalizzazione e tassazione della cannabis.”
Secondo i loro calcoli, lo Stato potrebbe guadagnare 4 miliardi di euro all'anno grazie alle accise. La proposta prende spunto dalla semi-legalizzazione della cannabis in Uruguay.

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Buongiorno amici,
oggi pubblichiamo un articolo che ci arriva dall'India. Si parla di donne e di cultura. Buona lettura!

Why you are wasting your time? Read!
La giornata internazionale contro la violenza sulle donne

Per onorare questo giorno ho scelto di parlare di un articolo che ho trovato sul mensile First City di New Delhi di settembre 2013. L’articolo parla di un gruppo di donne, 40 per l’esattezza, delle zone rurali dell’Uttar Pradesh, uno Stato dell’India, che dopo un progetto con una ong, hanno deciso di metter su un giornale settimanale vero e proprio, Khabar Lahariya (waves of news, onde di notizie),  con donne di cultura medio bassa. Una vera sfida. Il risultato dopo qualche anno è sorprendente. Il giornale viene stampato in 5 lingue diverse, vendute e diffuse in 5 territori diversi già dal 2002, e oramai, dopo altri 10 anni, raggiunge anche le grandi città e 85.000 copie circa a settimana.

Stiamo parlando di una zona piuttosto difficile sia dal punto di vista geografico che sociale, economico e culturale: Chambal Valley. Terra più antica dell’antico, con corrugamenti del suolo che formano faglie e burroni, fiumi, difficile da coltivare, facile da sfruttare. Banditi, mercenari governativi, multinazionali, dighe, acqua inquinata, povertà e analfabetismo, lassismo e corruzione delle classi maschili dominanti: questa la realtà che questo gruppo di donne ha deciso di raccontare oltre a sentire l’importanza di diffondere la letteratura.

Il giornale è stampato utilizzando caratteri grandi, così che anche chi ha poca istruzione può essere invogliato a leggere. Le notizie sono esposte in modo semplice e diretto.  Per chi non sa leggere ci sono strisce disegnate a mano e fotografie. Non solo, con il richiamo “Why you are wasting your time? Read our newspaper! (Perché stai sprecando il tuo tempo? Leggi il nostro giornale!)” le giornaliste consegnano i giornali a mano, camminano per strade allagate, dissestate e infestate da banditi, nei mercati, stazioni ferroviarie, scuole, centri di educazione per adulti per portare cultura e soprattutto informazioni sulle questioni che riguardano gli specifici territori, e a volte leggono l’articolo ad alta voce.

Kavita, una delle donne che hanno fondato il giornale, dice che è un modo per loro di responsabilizzarsi verso i lettori. Vanno in giro non senza problemi di sicurezza e raccolgono fatti e consensi, parlano la stessa lingua. Si confrontano con il potere maschile che le ha inizialmente derise, con uomini d’affari e l’apatia delle autorità. Queste donne dimostrano un grande coraggio e intelligenza, oltre ad avere la grande consapevolezza della corruzione dei media ufficiali ma nello stesso tempo dell’assoluta importanza dei mezzi d’informazione per influenzare l’opinione pubblica.

Proprio oggi leggevo che c’e’ una gang di donne, per la giustizia al di sotto della soglia di povertà, proprio nelle stesse zone che a suon di bastonate “convince” gli uomini che commettono violenze sulle mogli, figlie e serve a cambiare comportamento.

Ci sarà un nesso con la consapevolezza conquistata attraverso la lettura di un giornale?

Rosanna Santa Maria

Fonti:
http://firstcitydelhi.in/2013/09/02/cover-story/
http://www.trueactivist.com/meet-indias-gulabi-gang-female-activists-for-change/

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Il Senato uruguayano ha approvato con 16 voti a favore e 13 contrari la legalizzazione della produzione e della vendita di marijuana. Tutta la filiera sarà gestita dallo Stato, dalla produzione allo smercio. Si possono acquistare massimo 40 grammi mensili a persona e il prezzo del prodotto finito è di 1 dollaro al grammo, così da essere competitivo con i prezzi del mercato illegale.
Verranno concesse licenze a privati e associazioni per la produzione della canapa (massimo sei piante per i privati e 99 per le associazioni) e contestualmente verrà creato un registro dei consumatori.
La legge, unica al mondo nel suo genere, è considerata una via di mezzo tra proibizionismo e totale legalizzazione.
(Fonte: Ecoblog)

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Via Milano, ore 16: Luigi Barbanera, 45 anni, assistente di polizia penitenziaria, stava passeggiando per strada quando si è accorto di un bambino di 2 anni sporto su un davanzale a 10 metri di altezza. La mamma era uscita per stendere il bucato e aveva lasciato il piccolo da solo.
Sentite cosa racconta Luigi: “Ho capito che il piccolo prima o poi sarebbe caduto e mi sono detto che toccava a me prenderlo. Mi sono piazzato sotto la finestra; per tanti anni ho giocato come portiere a calcio e chissà, anche quell'esperienza mi ha aiutato, ho chiesto a chi stava attorno di chiamare l'ambulanza e ho atteso immobile. Se devo dire la verità, in quel momento mi sentivo del tutto impotente, non sapevo nemmeno io cosa avrei fatto. Sono passati cinque minuti prima che vedessi il bimbo muovere la gamba in avanti per la stanchezza e precipitare”.
E lo ha preso al volo!!! Il bambino è illeso, Luigi ha solo un polso dolorante. E un posto in Nazionale di Calcio no?
(Fonte: Milano.corriere.it)

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Oggi dedichiamo Cacao a Nelson Mandela e ripubblichiamo un articolo di Jacopo dove si parla dei Tribunali del Perdono.
Sotto un'intervista del 2007 allo stesso Nelson Mandela. Buona lettura!

I Tribunali del Perdono
di Jacopo Fo

La millenaria civiltà africana porta con sé un modo diverso di pensare che si è via via evoluto raggiungendo oggi forme originali e meravigliose che ci lasciano a volte attoniti tanto sono diverse e lontane dal nostro modo di pensare strutturato su logiche di vittoria e sconfitta, dominio e annichilimento, vendetta. Queste esperienze dimostrano per contrasto quanto la cultura europea sia eticamente povera e violenta.

Quando in Sudafrica il regime razzista cadde, Nelson Mandela capì che doveva porre ai suoi connazionali una grande e difficile domanda. Una domanda impossibile da porre a un popolo occidentale. Incomprensibile addirittura per i nostri schemi mentali. Egli chiese: cosa dobbiamo fare a chi ci ha torturato, ucciso, tenuto in catene, umiliato? Cosa facciamo a chi ha ucciso i nostri padri, violentato le nostri madri, le nostre mogli, le nostre figlie? Cosa facciamo a quei cani che ci hanno azzannato per tutta la vita? Siamo proprio sicuri che valga la pena di ucciderli, tenerli in prigione, punirli? Fu così che iniziò una grande discussione. Nessuno metteva in dubbio che un ladro o un assassino dovessero essere messi in prigione per impedir loro di compiere un altro reato e perché venissero sottoposti a un percorso di rieducazione. Ma nel caso dei carnefici e dei loro mandanti che avevano torturato il popolo per decenni sembrò che non si potesse usare la stessa logica punitiva. Il crimine era troppo immenso perché potesse essere punito.
Quindi, dopo moltissime discussioni, si decise di non punire i colpevoli delle più tremende e barbariche violenze compiute in Sudafrica. Non sono impazzito. E' così che è andata. E hanno fatto bene. Questi neri hanno ancora una forte componente dell'antica cultura matriarcale che riconosce al suo centro, come fulcro, l'idea del valore spirituale dell'esperienza e l'interconnessione stretta tra tutti i fenomeni. E questa cultura porta più facilmente a identificarsi nelle vittime per comprendere quale è la loro esigenza più forte e profonda. Se hai subito l'abominio, una semplice vendetta non è soddisfacente. Non cambia l'orrore che hai vissuto, le stigmate dell'umiliazione il tormento dei ricordi e dei rimpianti. Anche se ammazzi il tuo torturatore e lo fai morire in modo lento e doloroso, la tua percezione dell'orrore vissuto non cambia. Nella cultura bantù esiste un concetto che ha un valore maggiore della vendetta: la consolazione della vittima. Così essi si chiesero che cosa potesse veramente modificare lo stato mentale delle vittime. Riscattare almeno in parte l'ingiustizia subita. E dissero: rinunciamo alla vendetta perché l'unico medicamento che dà sollievo al dolore delle vittime è la comprensione. Il dolore viene arginato solo dalla sua condivisione collettiva. Quando il torturato torna nel villaggio e racconta di aver subito 100 frustate anche i suoi amici si chiedono se, magari, non stia esagerando un po'. Non mettono in dubbio che sia stato frustato ma si chiedono se le frustate siano state proprio 100 oppure "solo" 70... Il torturato invece desidera innanzitutto di essere creduto totalmente, che la misura del suo dolore sia riconosciuta. Questa é l'unica possibile, piccola consolazione. E allora il governo dei neri inventa un istituto legale incredibile: i Tribunali del Perdono. Per anni sono andati avanti a tenere udienze in questi tribunali speciali. Le vittime si presentano e raccontano tutto quello che hanno patito e fanno i nomi dei loro carnefici. I quali sono obbligati a presentarsi e a confessare raccontando per filo e per segno quali crimini hanno commesso e come. Se ammettono le colpe non vengono puniti in nessun modo. Così si ottiene che nessuno possa negare la verità di quei fatti. Non esisterà mai nessuno in Sudafrica che potrà mettere in dubbio la misura dei crimini commessi perché vittime e carnefici hanno testimoniato, le loro dichiarazioni sono state filmate e trasmesse in televisione. Ci sono voluti anni per elencare, descrivere e comprovare l'enorme mole dei crimini commessi. Oggi c'è chi nega i crimini nazisti, stalinisti, di Pinochet, dei colonnelli greci o argentini. Questa situazione è legata proprio al tentativo di punire in modo vendicativo i colpevoli. Un procedimento che genera automaticamente una difesa che cerca di negare le colpe. E questa negazione degli orrori del passato, restando più o meno latente, semina odi e rancori inestinguibili. Ma attenzione, non si tratta di rinunciare all'azione ma di sostituire l'azione della vendetta con quella della presa di coscienza degli orrori. Di fronte agli orrori non si può non reagire. In Jugoslavia, durante la seconda guerra mondiale il regime filonazista croato realizzò lo sterminio di più di un milione di serbi. Questo crimine fu censurato da Tito in nome della riconciliazione nazionale. Non affrontare il bagaglio di dolore di un simile genocidio ha avuto effetti più devastanti dell'affrontarlo con lo spirito di vendetta. Dopo qualche decennio il bubbone è scoppiato. I giornalisti che intervistavano i combattenti serbi della guerra etnica si stupivano di sentir sommare i morti delle persecuzioni degli anni '40 insieme a quelli degli anni '90. Per molti serbi la guerra non era mai finita, era restata solamente congelata per 50 anni.

(Il brano è tratto da un articolo molto più lungo dal titolo: "I neri sono stupidi?". Clicca qui per leggerlo tutto)


Sudafrica, guarire è possibile
«Oggi le famiglie delle vittime sanno quello che è successo ai propri cari: la pena di morte è stata usata come pretesto per assassinare i neri».

Maria De Falco Marotta intervista Nelson Mandela ("Avvenire", 31/7/’07)

Nelson Mandela è una delle guide morali e politiche più grandi del nostro tempo: un eroe internazionale, la cui lunga vita è stata dedicata alla lotta contro l'oppressione razziale, lotta che gli ha fatto meritare il premio Nobel per la pace nel 1993 e poi, l'anno dopo, la presidenza del suo Paese come primo presidente dopo l'apartheid. È riverito dappertutto come forza vitale nella lotta per i diritti dell'uomo e l'uguaglianza razziale.
Dicono, inoltre, che il sorriso di Mandela sia il più famoso del mondo. E si capisce perché: da un uomo che è stato in prigione per quasi trent'anni in nome dei diritti umani dei suoi compatrioti; che parla senza reticenze delle stragi dell'Aids nel suo Sudafrica, che dà il suo numero di ex detenuto a "Robben Island", il 46664, al "cd" del concerto tenuto al "Greenpoint Stadium" di Cape Town, organizzato per sensibilizzare il pubblico riguardo le problematiche legate all'Aids; che a 85 anni accenna alle danze etniche del suo amato popolo sollevando in alto la "Coppa dei Mondiali di calcio" del 2010, i primi ospitati dal continente nero; che in "Internet" ha almeno 130 siti che parlano di lui; che corre, infaticabile, in ogni luogo del mondo per sfatare i pregiudizi sul colossale "melting pot" della sua diletta patria; che, pur fiero e regale, memore della sua alta pratica del rispetto della dignità umana, non disdegna di rispondere a chiunque, quando la gente l'opprime col suo affetto e vuol sentire, dalla sua viva voce...

Presidente Mandela, che cos'è la libertà, lei che in suo nome ha sofferto tanto?
«È una fiamma che nessuno può spegnere. In tutto il mondo ci sono uomini e donne che la faranno sempre ardere. Anche a costo della vita».
 
Come si augura che sia questo terzo millennio?
«Purtroppo, nel mondo vi è ancora troppa gente che langue in povertà, schiava della fame, dell'intolleranza e dell'ignoranza. Spererei che, con la buona volontà di tutti, finissero gli abusi e le ingiustizie sui bambini e sulle donne e che il disinteresse verso i miseri rimanga un brutto fenomeno del XX secolo».

Si sa che lei è un appassionato di storia. Dove collocherebbe l'apartheid nella scala delle atrocità del XX secolo?
«A esclusione delle atrocità commesse contro gli ebrei durante la seconda guerra mondiale, non c'è altro crimine, nel mondo, che sia stato condannato all'unanimità come l'apartheid. La cosa peggiore è che una minoranza decise di sopprimere la stragrande maggioranza del Paese, utilizzando il nome di Dio per giustificare le nefandezze commesse».

Lei pensa che le violazioni dei diritti umani commesse dall'apartheid siano state più terribili di quelle sofferte nei Paesi latinoamericani, come il Cile, il Salvador e l'Argentina?
«Durante la "Commissione della Verità e Riconciliazione" abbiamo ascoltato cose tremende. Abbiamo riesumato tombe nelle quali c'erano i cadaveri di persone assassinate solo perché avevano osato affrontare la superiorità dei bianchi: uomini, donne, bambini, anziani. Le efferatezze che vennero commesse qui contro le persone innocenti sono state qualcosa di terribile, e questo non è altro che una parte di storia. Troppa gente ha sofferto e ci sono state occasioni nelle quali l'aggressione fisica non è stata così grave quanto l'oppressione psicologica sofferta dalla popolazione nera durante 1'apartheid. È una tortura psicologica impossibile da descrivere a parole».

L'arcivescovo Desmond Tutu, anche lui premio Nobel per la pace come lei, ha posto in risalto i valori della trasparenza e della purezza che contraddistinguono la "Commissione della Verità e della Riconciliazione". Come interpreta lei questo lavoro che ha stupito il mondo intero? Come giudica il processo di «pulizia» che è riuscita a portare a termine la Commissione?
«Secondo me la guarigione del Sudafrica è stato un processo lungo, doloroso, memorabile della nostra storia, e la Commissione ha contribuito magnificamente a questo, perché adesso le famiglie delle vittime della crudeltà conoscono quello che è realmente accaduto ai propri cari. Alcuni di loro sono stati capaci di ascoltare le confessioni degli agenti dell'apartheid e hanno risposto che li perdonano. Naturalmente, ci sono altri che hanno così tanta amarezza che impedisce loro di dimenticare il dolore per aver perso coloro che amavano. Credo che, in generale, la Commissione abbia svolto un lavoro straordinario, aiutandoci ad allontanarci dal passato, per concentrarci sul presente e sul futuro. Il vescovo Tutu ha realizzato un lavoro quasi inconcepibile dalla mente umana, nonostante le molte imperfezioni della "Commissione della Verità e Riconciliazione"».

Molte persone nel mondo credono che, come ha detto lei, il documento della Commissione sia splendido. Specie se, in tempi come questi, si parla di perdono e di "ubuntu". Ci dice cosa sono?
«Il perdono è coscienza dell'altro, comprensione delle differenze, ammissione di colpa, bisogno di andare oltre. Solo dal perdono nasce l'amore. E questo è il senso vero dell'"ubuntu", una filosofia così radicata nell'animo dei neri africani. Anche in Sudafrica. Però nel mio Paese tutti quelli che desiderano il perdono devono sollecitarlo individualmente».

La "Commissione della Verità e della Riconciliazione" ha proposto di citare a giudizio coloro che non si sono presentati a dichiarare né il male subito né quello fatto. Le realtà politiche non rendono più complicato il lavoro della giustizia?
«Quando eravamo un movimento che lottava per la liberazione, tutto quello che avevamo da fare era riuscire a mobilitare le masse del nostro Paese e concentrare le nostre forze contro la supremazia bianca. Invece da quando siamo governo abbiamo una Costituzione che sancisce il dominio della legge e tutti quanti sono soggetti ad essa. Non solo questo: abbiamo adottato misure che garantiscono questa Costituzione perché non rimanga un semplice foglio scritto capace di rompersi in qualsiasi momento. L'abbiamo trasformata in un documento vivo. Poi abbiamo creato strutture che fanno sì che anche il governo sia legato alla Costituzione e non agisca a suo piacimento. Disponiamo di un difensore pubblico, difensore del popolo, al quale può accedere qualsiasi cittadino offeso per lamentarsi e cercare giustizia. Abbiamo una "Commissione per i diritti umani", formata dai sudafricani più noti e, soprattutto, abbiamo il "Tribunale costituzionale" che ha annullato, per esempio, azioni del governo. Bisogna obbedire alle istituzioni che abbiamo creato. La "Commissione della Verità e della Riconciliazione" è un'istituzione molto rispettata, gli uomini e le donne dai quali è composta hanno svolto un lavoro splendido in circostanze difficili e per questo, secondo me, dobbiamo rispettare tutti, senza eccezioni, per quello che si è fatto per il Paese».

Quando lei uscì dal carcere, la Repubblica sudafricana era, come del resto gli Stati Uniti, fra i Paesi con il maggior numero di esecuzioni legali. Quando divenne presidente, una delle prime cose che fece fu abolire la pena di morte. L'indice di criminalità che esiste in Sudafrica induce molte persone ad asserire la necessità di ripristinarla per combattere il crimine con più efficacia. Potrebbe dirci qual è la sua posizione?
«Sono contrario alla pena di morte, perché è un riflesso dell'istinto animale che continua a essere presente negli esseri umani. Non ci sono prove che la pena capitale abbia fatto diminuire l'indice di delinquenza in nessun posto. Quello che lo fa abbassare è che i criminali sentano dire che se commettono un delitto, finiranno in carcere. In altre parole, quello che serve è un sistema politico efficace, capace di combattere il crimine. Per questo abbiamo adottato misure per migliorare la capacità della nostra polizia. La pena di morte non è la risposta, la risposta è migliorare l'efficienza del governo. In Sudafrica la pena di morte si è utilizzata come pretesto per assassinare e si è applicata soprattutto nei confronti dei neri. I bianchi non la subivano quasi mai. Questa è la tradizione del Paese, ma è un'usanza che abbiamo già lasciato dietro di noi e che nessuno riprenderà».

 

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