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Oggi, ancora una volta, hanno sganciato la "super bomba" e vicino
a una città, a un abitato civile. La "super bomba", conosciuta anche
come 'daisycutter', 'taglia margherite', combina una miscela di
nitrato di ammonio e alluminio con ossigeno e idrogeno e produce
un'esplosione tale da ridurre in cenere una superficie con un raggio
di più di mezzo chilometro. Essa era stata largamente impiegata
in Vietnam per creare rapidamente campi di atterraggio nella giungla
e anche durante la guerra del Golfo. Gli effetti sono devastanti,
in tutto e per tutto identici a quelli della bomba atomica, fatta
eccezione per il fatto che non emette radiazioni ma sostanze chimiche
perduranti altrettanto nocive. Nulla crescerà più, in quei luoghi
già così aridi. E i gas che rilascia, il terribile calore, il vento
velenoso sono in grado di uccidere migliaia di persone. Quelle migliaia
saranno stati talebani, pashtun, "stranieri"… le differenze che
ci vogliono inculcare non le sanno nemmeno gli afgani che cambiano
continuamente fronte ed alleanze per garantirsi un po' di vita davanti
e un pezzo di pane in tavola. Saranno stati nemici o "danni collaterali",
ma migliaia di persone sono morte sotto una bomba vile. I talebani
e gli uomini del Fronte Unito combattono la loro guerra, fatta di
odi e rancori, ma una guerra nella quale si soffre e si piange.
Intanto gli occidentali restano ad alta quota a combattere la loro
guerra vigliacca, quella che gli impone di non dover mai raccontare
in patria dei ragazzi che muoiono e gridano, altrimenti il tacchino
potrebbe andare di traverso. Vengono in mente le promesse dei primi
giorni, di una guerra con armi talmente tecnologiche da colpire
esattamente e solo l'obiettivo. Hanno detto che in passato erano
stati fatti errori ma la possibilità di sbaglio è diminuita tanto
da garantire una guerra pressoché "pulita". Quanti dovranno ancora
morire perché si capisca che la guerra è fatta di morti e che si
chiami al terrorismo o no è sempre uno Stato e la sua gente che
viene bombardata? E intanto l'obiettivo passa di moda e torna in
auge, cambia e si rimescola, a seconda dei giorni e dei risultati.
Quando non si riesce a dare un senso a tutto questo sangue, quando
gli accordi taciti tra potenze in campo sono tanto repentini quanto
segreti, il nome di bin Laden diventa un jingle, ovunque come l'aria.
Poi riscompare per un po', perché poi parlare troppo di bin Laden
è pericoloso. Rimane sempre il fatto che di lui non si sa nulla,
che non ci sono prove, che non si sa dove sia e con chi stia. La
storia è troppo complicata e non la si deve e non si vuole spiegare.
Così la macchina narrativa dei media ha i suoi nemici da muovere
sulla scacchiera degli umori popolari. Ma quanto contano questi
nemici? Nulla, sono virtuali. Contano così poco che non è stato
nemmeno emesso un mandato di cattura internazionale né contro bin
Laden né contro la rete di al Quaeda in contemporanea alla guerra
sugli afgani. In pratica essi avrebbero potuto continuare a girare
impunemente per l'Europa perché l'America non ha emesso ordini di
cattura per nessuno, in conseguenza agli attentati dell'11 settembre.
Hanno fatto nomi, hanno creato scalpore ma intorno ad indagini che
non sono potute procedere, in totale assenza di un mandato di cattura.
Intanto però è stato attaccato l'Afghanistan e il suo popolo di
miseri. Ma che i mandati di cattura non esistano, beh questo non
importa. I nemici sono virtuali. Osama bin Laden verrà ucciso, molto
probabilmente, quando ciò converrà. O, forse, verrà spostato nel
mondo come un mirino? Brancoliamo nel buio e in una storia che ci
viene propinata talmente paradossale e assurda che se non fosse
tragica sarebbe comica. Anche Hollywood (alcune settimane fa) ha
offerto il suo servizio per rendere credibili le invenzioni di chi
fa la storia e la scrive da sempre falsa. Ma la bomba era vera,
i morti lo erano, i bimbi che Gino Strada ci mostra lo sono, i ragazzi-soldato
che combattono una guerra che non possono capire lo sono. Quello
è tutto ciò che di questa guerra possiamo capire.
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